MILANO - Telefonate con i più alti esponenti del governo. Contatti che si fanno febbrili soprattutto quando, nel febbraio 2013, il top management di Eni e di Saipem, viene formalmente coinvolto nello scandalo sulle presunte tangenti pagate in Algeria. Denaro versato per ottenere appalti per un totale di 11 miliardi di euro per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi.
La linea calda è quella di Paolo Scaroni, fino al maggio scorso potente amministratore delegato della società del Cane a sei zampe. Indagato per concorso in corruzione internazionale e frode fiscale, Scaroni è stato per diversi mesi intercettato dal Nucleo di polizia tributaria, su richiesta dei pm milanesi, Fabio De Pasquale, Giordano Baggio, Sergio Spadaro e Isidoro Palma.
[[ge:rep-locali:repubblica:107741309]]
L'accusa sostiene che per ottenere le commesse i vertici Saipem, con l'accordo anche di Scaroni, abbiano versato mazzette per complessivi 198 milioni di dollari. Denaro servito per oliare politici e mediatori algerini, ma che in parte - è questo il solco su cui si muove l'accusa -, sarebbe stato retrocesso ad alcuni manager italiani infedeli.
[[ge:rep-locali:repubblica:107741310]]
Quando il 7 febbraio di due anni fa Scaroni riceve l'avviso di garanzia, il ministro per lo Sviluppo, Corrado Passera, chiede spiegazioni. E Scaroni, secondo la procura di Milano, forse involontariamente ammette il versamento di mazzette in Algeria. L'allora membro del governo Monti vuole chiarimenti e spinge perché si tranquillizzi il mercato sulla trasparenza di Saipem ed Eni. Tra i brogliacci dell'inchiesta, emergono anche le conversazioni prive di interesse per l'inchiesta tra Scaroni e l'allora premier, il ministro dell'Economia, Vittorio Grilli e altri politici.
[[ge:rep-locali:repubblica:107741308]]
In una conversazione con l'amministrazione delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, Scaroni preme perché la banca assuma o faccia lavorare presso qualche cliente il direttore finanziario Eni, Alessandro Bernini. Il manager, coinvolto nell'inchiesta della procura, era stato allontanato dall'azienda. Scaroni utilizza i suoi contatti per evitare che rimanga senza lavoro.
La linea calda è quella di Paolo Scaroni, fino al maggio scorso potente amministratore delegato della società del Cane a sei zampe. Indagato per concorso in corruzione internazionale e frode fiscale, Scaroni è stato per diversi mesi intercettato dal Nucleo di polizia tributaria, su richiesta dei pm milanesi, Fabio De Pasquale, Giordano Baggio, Sergio Spadaro e Isidoro Palma.
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L'accusa sostiene che per ottenere le commesse i vertici Saipem, con l'accordo anche di Scaroni, abbiano versato mazzette per complessivi 198 milioni di dollari. Denaro servito per oliare politici e mediatori algerini, ma che in parte - è questo il solco su cui si muove l'accusa -, sarebbe stato retrocesso ad alcuni manager italiani infedeli.
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Quando il 7 febbraio di due anni fa Scaroni riceve l'avviso di garanzia, il ministro per lo Sviluppo, Corrado Passera, chiede spiegazioni. E Scaroni, secondo la procura di Milano, forse involontariamente ammette il versamento di mazzette in Algeria. L'allora membro del governo Monti vuole chiarimenti e spinge perché si tranquillizzi il mercato sulla trasparenza di Saipem ed Eni. Tra i brogliacci dell'inchiesta, emergono anche le conversazioni prive di interesse per l'inchiesta tra Scaroni e l'allora premier, il ministro dell'Economia, Vittorio Grilli e altri politici.
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In una conversazione con l'amministrazione delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, Scaroni preme perché la banca assuma o faccia lavorare presso qualche cliente il direttore finanziario Eni, Alessandro Bernini. Il manager, coinvolto nell'inchiesta della procura, era stato allontanato dall'azienda. Scaroni utilizza i suoi contatti per evitare che rimanga senza lavoro.