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Eni in rosso nel trimestre, ma sale la stima sulla produzione

Il calo del prezzo del barile e le scorte di gas impattano sui conti del Cane a sei zampe. Descalzi: "Rivediamo al rialzo la produzione". Rosso record da 7,4 miliardi di dollari per Shell, che ha abbandonato le esplorazioni in Alaska e Canada con perdite. Total tiene meglio delle previsioni
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MILANO - Il petrolio dimezzato fa male ai conti dell'Eni, che tra giugno e settembre ha chiuso una delle rare trimestrali in rosso della sua storia recente: 952 milioni nel periodo, portando il saldo dei primi nove mesi 2015 a 360 milioni negativi. Colpa di un Brent in calo del 51% nel periodo, che "ha determinato la contrazione dei ricavi del settore estrazione e produzione - si legge in una nota del gruppo - e la riduzione del valore delle scorte di greggio e prodotti petroliferi valutate al costo medio ponderato". Anche il settore gas dell'azienda, malgrado il miglioramento che ha permesso di migliorare le stime di recupero dell'attività (che dovrebbe a fine anno registrare margini netti rettificati "sostanzialmente in pareggio"), ha contribuito con 577 milioni alla perdita trimestrale, per l'utilizzo di gas prepagato in precedenti esercizi che ha costi contabili "maggiori rispetto al costo dell'approvvigionato corrente". Un …
MILANO - Il petrolio dimezzato fa male ai conti dell'Eni, che tra giugno e settembre ha chiuso una delle rare trimestrali in rosso della sua storia recente: 952 milioni nel periodo, portando il saldo dei primi nove mesi 2015 a 360 milioni negativi. Colpa di un Brent in calo del 51% nel periodo, che "ha determinato la contrazione dei ricavi del settore estrazione e produzione - si legge in una nota del gruppo - e la riduzione del valore delle scorte di greggio e prodotti petroliferi valutate al costo medio ponderato". Anche il settore gas dell'azienda, malgrado il miglioramento che ha permesso di migliorare le stime di recupero dell'attività (che dovrebbe a fine anno registrare margini netti rettificati "sostanzialmente in pareggio"), ha contribuito con 577 milioni alla perdita trimestrale, per l'utilizzo di gas prepagato in precedenti esercizi che ha costi contabili "maggiori rispetto al costo dell'approvvigionato corrente". Un effetto spiacevole dei contratti take or pay di lungo termine, con prezzi e forniture rigide, su cui l'azienda aveva puntato forte negli anni passati quando i prezzi erano più alti.
 
La trimestrale illustra meglio anche il senso della separazione dalla società di servizi Saipem in corso. Senza la società contrattista oggi partecipata - e finanziata - da Eni con il 43%, l'indebitamento di gruppo che a settembre è salito a 18,4 miliardi (+4,7 miliardi più che a fine 2014, anche per l'acconto sul dividendo) si ridurrà nella prossima primavera di 5,1 miliardi netti, con una riduzione dell'8% della leva finanziaria. Nei nove mesi l'utile operativo rettificato del gruppo è sceso di due terzi a 3,1 miliardi, scontando "la peggiorata performance di Saipem a causa delle perdite straordinarie del secondo trimestre", quando la controllata ha compiuto svalutazioni per quasi un miliardo.

Le buone notizie per il gruppo di San Donato si leggono invece sul fronte della "robusta crescita produttiva", che grazie all'entrata a regime delle nuove scoperte, e all'effetto contabile per cui il calo del greggio aumenta i barili incassati nei consorzi di sviluppo, segna un +8,1% a 1,703 milioni di barili al giorno nel trimestre (+8,7% nei nove mesi). In forza di questa espansione, Eni ha rivisto al rialzo la previsione di crescita annua: "a circa il 9%, da oltre il 7%". A spingere la produzione saranno giacimenti principalmente in Venezuela, Norvegia, Stati Uniti, Angola, Egitto e Congo e i maggiori volumi attesi in Libia. Le vendite di gas, invece, sono previste stabili rispetto al 2014 escludendo l'effetto della cessione degli asset in Germania e a parità di condizioni climatiche.

L'andamento dei conti si spiega soprattutto con la flessione della divisione esplorazione e produzione (E&P) che, malgrado i successi e le scoperte per oltre 1,2 miliardi di barili, risente ovviamente del crollo dei prezzi del petrolio (-51% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), il cui impatto è stato attenuato, oltre che dalla crescita produttiva, anche dalla riduzione dei costi e dal deprezzamento dell'euro rispetto al dollaro (-16%). Alla fine, comunque, la E&P ha registrato un utile operativo adjusted in flessione di 2,3 miliardi di euro (-76%). Anche il settore gas and power ha sofferto, soprattutto a causa del recupero del gas prepagato in precedenti esercizi a prezzi superiori a quelli correnti. Bene, invece, sono andate la raffinazione e la chimica, con un utile operativo adjusted in miglioramento di 0,32 miliardi, grazie alla ripresa dei margini e dei volumi per lo scenario più favorevole. Il flusso di cassa netto da attività operative, infine, è pari a 7,39 miliardi, mentre l'indebitamento sale a 18,41 miliardi. Il titolo Eni ha reagito ai risultati con debolezza, anche se diversi analisti finanziari, tra cui quelli di Equita e di Banca Akros, si aspettavano i numeri diffusi.

Commentando i conti, l'ad Claudio Descalzi ha sottolineato che "pur in un contesto debole di prezzi del petrolio Eni continua a registrare risultati importanti sia in termini di crescita upstream che di ristrutturazione dei business mid-dowsntream",  aggiungendo che la divisione esplorazione e produzione "è ancora in forte crescita e per la seconda volta nell'anno rivediamo al rialzo le nostre previsioni, pressoché raddoppiando l'obiettivo originario". Secondo il manager tutte le azioni messe in campo dal Cane a sei zampe per arginare il calo del petrolio "consentiranno di ottenere, escludendo Saipem, la copertura organica degli investimenti già nel 2015, con uno scenario di 55 dollari al barile". Attualmente il Brent quota in lieve calo poco sotto i 49 dollari.

Se la regola del 'mal comune, mezzo gaudio' si potesse applicare anche ai risultati finanziari, poi, dalle parti di San Donato dovrebbero stare sereni. In effetti, i numeri pubblicati dagli altri colossi europei del settore non sono certo brillanti. Insieme all'Eni, Royal Dutch Shell ha annunciato una perdita netta di 7,41 miliardi di dollari nel terzo trimestre, contro un utile di 4,46 miliardi un anno fa, a causa del crollo del prezzo del barile. Il gruppo ha subito un onere di 8,2 miliardi di dollari nell'attività di esplorazione-produzione a causa dell'abbandono dei progetti in Alaska e Canada. E' rimasta in linea di galleggiamento, ma fortemente ridimensionata, anche la Total, che ha annunciato risultati in forte ribasso nel terzo trimestre, ma migliori di quanto anticipato dagli analisti grazie a un importante piano di risparmi. Total ha visto il proprio utile netto crollare del 69% a 1,08 miliardi di dollari tra luglio e settembre per un fatturato in calo del 33% a 40,58 miliardi.