MILANO - “Siamo tutti molto felici e orgogliosi: nasce una banca forte, super solida, importante per il paese”. Così Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Bpm illustra il progetto di fusione. “Con questa operazione abbiamo vinto tutti”, gli fa eco Pier Francesco Saviotti, amministratore delegato del Banco Popolare. Con appena un filo di imbarazzo in più, dopo essere stato costretto suo malgrado ad arrivare alle nozze portando in dote un aumento di capitale da un miliardo, da realizzare prima della fusione (ma già pregarantito da Mediobanca e Bofa Merrill Lynch e probabilmente in parte anche pre-prenotato da un paio di Fondazioni). “E’ stata una scelta, ho preferito diventare la terza banca del Paese”, ha spiegato, visto che su questo punto la Bce non ha voluto cedere nonostante tutti i test (a partire dallo Strep) fossero positivi per la banca. “Uno si sente in diritto di chiedere: perché mi domandi ancora di più?” dice Saviotti; ma ormai è storia passata.
L’aggregazione delle due banche vede nascere la terza banca del Paese, alle spalle di Intesa e Unicredit. Ancora abbastanza distanziata dai due campioni nazionali, ma con una posizione di leadership nelle zone ricche (a partire dalla Lombardia) e una capitalizzazione (post aumento) di 6,5 miliardi, quasi il doppio della quarta in classifica (Ubi). E a proposito di Ubi, Castagna ha spiegato indirettamente perché non si è arrivati alle nozze con la banca diretta da Victor Massiah piuttosto che con il Banco: “Dal consiglio ho avuto indicazioni di arrivare ad una fusione tra uguali”; con Ubi non lo sarebbe stato (anche se non l’ha detto). Oltre all’aumento del Banco Popolare, la nuova entità si è impegnata al rafforzamento immediato delle coperture sui crediti in difficoltà, mentre entro il 2019 punta a ridurre l’ammontare delle sofferenze fino a 10 miliardi nominali.
Nessuna cessione di fabbriche prodotto, invece, per rafforzare il patrimonio: "Vogliamo dire con orgoglio che non siamo obbligati alla cessione di alcun asset – ha detto Castagna - ci saranno normali razionalizzazioni” per evitare qualche duplicazione nelle fabbriche prodotto, ma modi e forme si vedranno in seguito. E ancora: niente licenziamenti, nessuna soluzione traumatica per il personale, centralità di dipendenti e clienti. Convinta la Bce della bontà del progetto di fusione, ora per i due capi azienda è il momento di convincere anche gli stakeholder delle rispettive banche. Lavoro particolarmente difficile per l’amministratore delegato di Bpm, una banca che negli ultimi dieci anni ha bocciato tutti i tentativi di apertura che erano sbarcati in assemblea. E qualche volta anche prima, come nel caso del progetto di aggregazione tra Bpm e Bper, nel 2007.
"Finché non ho i numeri, non do pareri. Devo vedere le carte", ha messo le mani avanti Lando Sileoni, segretario generale della Fabi, “e comunque non farò nessuna valutazione politica prima della presentazione delle liste per il rinnovo del consiglio di sorveglianza in Bpm, il 5 aprile”. Normale schermaglia nel gioco delle parti? Certo a questo punto è difficile pensare che la fusione dell’anno, voluta dal governo, curata nei minimi dettagli dalla Bce, considerata una sorta di esperimento-pilota per le altre aggregazioni tra popolari (Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, ha sottolineato che si tratta di un’iniziativa “bella, importante e lungimirante”) possa essere fermata; meglio, che qualcuno voglia davvero fermarla. “E’ la prima operazione di questo genere, funzionerà da facilitatrice per altre fusioni”, ha continuato Saviotti. Ma la strada non è ancora del tutto spianata e qualche mal di pancia interno alla Bpm c’è. “Certo, chi può farsi garante delle assemblee di Bpm? – ha ammesso Castagna – ma sono voci minoritarie”.
Intanto, procede fitta la tabella di marcia della fusione: entro aprile due diligence, conferma del concambio (54% Banco Popolare, 46% Bpm) piano industriale da inviare a Francoforte (per l’approvazione formale della fusione). Tappa finale, entro ottobre le assemblee straordinarie di fusione di Banco e Bpm, in contemporanea con la trasformazione in spa.
L’aggregazione delle due banche vede nascere la terza banca del Paese, alle spalle di Intesa e Unicredit. Ancora abbastanza distanziata dai due campioni nazionali, ma con una posizione di leadership nelle zone ricche (a partire dalla Lombardia) e una capitalizzazione (post aumento) di 6,5 miliardi, quasi il doppio della quarta in classifica (Ubi). E a proposito di Ubi, Castagna ha spiegato indirettamente perché non si è arrivati alle nozze con la banca diretta da Victor Massiah piuttosto che con il Banco: “Dal consiglio ho avuto indicazioni di arrivare ad una fusione tra uguali”; con Ubi non lo sarebbe stato (anche se non l’ha detto). Oltre all’aumento del Banco Popolare, la nuova entità si è impegnata al rafforzamento immediato delle coperture sui crediti in difficoltà, mentre entro il 2019 punta a ridurre l’ammontare delle sofferenze fino a 10 miliardi nominali.
Nessuna cessione di fabbriche prodotto, invece, per rafforzare il patrimonio: "Vogliamo dire con orgoglio che non siamo obbligati alla cessione di alcun asset – ha detto Castagna - ci saranno normali razionalizzazioni” per evitare qualche duplicazione nelle fabbriche prodotto, ma modi e forme si vedranno in seguito. E ancora: niente licenziamenti, nessuna soluzione traumatica per il personale, centralità di dipendenti e clienti. Convinta la Bce della bontà del progetto di fusione, ora per i due capi azienda è il momento di convincere anche gli stakeholder delle rispettive banche. Lavoro particolarmente difficile per l’amministratore delegato di Bpm, una banca che negli ultimi dieci anni ha bocciato tutti i tentativi di apertura che erano sbarcati in assemblea. E qualche volta anche prima, come nel caso del progetto di aggregazione tra Bpm e Bper, nel 2007.
"Finché non ho i numeri, non do pareri. Devo vedere le carte", ha messo le mani avanti Lando Sileoni, segretario generale della Fabi, “e comunque non farò nessuna valutazione politica prima della presentazione delle liste per il rinnovo del consiglio di sorveglianza in Bpm, il 5 aprile”. Normale schermaglia nel gioco delle parti? Certo a questo punto è difficile pensare che la fusione dell’anno, voluta dal governo, curata nei minimi dettagli dalla Bce, considerata una sorta di esperimento-pilota per le altre aggregazioni tra popolari (Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, ha sottolineato che si tratta di un’iniziativa “bella, importante e lungimirante”) possa essere fermata; meglio, che qualcuno voglia davvero fermarla. “E’ la prima operazione di questo genere, funzionerà da facilitatrice per altre fusioni”, ha continuato Saviotti. Ma la strada non è ancora del tutto spianata e qualche mal di pancia interno alla Bpm c’è. “Certo, chi può farsi garante delle assemblee di Bpm? – ha ammesso Castagna – ma sono voci minoritarie”.
Intanto, procede fitta la tabella di marcia della fusione: entro aprile due diligence, conferma del concambio (54% Banco Popolare, 46% Bpm) piano industriale da inviare a Francoforte (per l’approvazione formale della fusione). Tappa finale, entro ottobre le assemblee straordinarie di fusione di Banco e Bpm, in contemporanea con la trasformazione in spa.