L'inaugurazione della palestra di San Arialdo di Baranzate
Ruggero Magnoni, un banchiere prestato al sociale. Le sfide sono a basket e calcetto
di WALTER GALBIATI
L'ex numero uno di Lehman Brothers in Italia ha lanciato con la sua Fondazione un progetto ("Un campo nel cortile") per costruire strutture sportive nelle periferie difficili delle grandi città
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MILANO - “Una parte del capitale è a fondo perduto, il resto si ripaga in dieci anni con gli affitti”. Il piglio è sicuro, di chi sa che quell’investimento è buono e sa come andrà a finire. A fronte di un po’ di capitale e di un po’ di debito sostenibile, chi investe alla fine si troverà in mano una proprietà con il minimo sforzo. Ruggero Magnoni, ex Lehman, ex Nomura, consigliere delle famiglie dei grandi capitalisti italiani, appena uscito da una disavventura giudiziaria, finita bene, legata alla Sopaf del fratello Giorgio, non ha dubbi. Negli anni d’oro della liquidità post unione monetaria, gli acquisti a leva, che gli anglofoni chiamano “leverage buyout”, erano i grimaldelli della banche d’affari per scalare le grandi aziende. Con i disastri dei mutui subprime sono stati considerati uno dei tanti fattori che hanno portato all’esplosione dei debiti di società, Stati e famiglie. In Italia, uno dei primi a importare il leverage buyout era stato Roberto Colaninno con la scalata alla Telecom. Al suo fianco come banchiere di affari c’era, tra gli altri, Ruggero Magnoni che vestiva la casacca di Lehman Brothers.
Il banchiere Ruggero Magnoni
Ora un surrogato di quelle operazioni diventano uno strumento sociale. Qui la leva è bassa, il debito è piccolo e l’attività che permette di ripagare l’investimento sono i calci al pallone che tra colleghi e amici si tirano dopo le giornate di lavoro, per lo più la sera quando si accendono i fari. Lo scopo è nobile: costruire un campo di calcetto in oratori di periferia, dove lo sport è prima di tutto aggregazione sociale. Di giorno viene usato da chi frequenta l’oratorio, dai ragazzi della comunità locale; di sera viene dato in affitto a tutti coloro che vogliono incrociare le scarpette da calcio. “A mettere il capitale a fondo perduto è la Fondazione Magnoni e i suoi partner, il finanziamento invece arriva da Banca Prossima, la banca per il sociale di Banca Intesa. La generazione di cassa è garantita dagli introiti serali che rendono il progetto completamente sostenibile”, spiega l’ex banchiere. “Noi strutturiamo le operazioni, gestiamo il finanziamento e creiamo le professionalità, la proprietà del campetto alla fine resta in mano alla parrocchia”.
Il progetto è la dimostrazione che la finanza di per sé è neutra e si macchia di chiaro o scuro a seconda di come venga usata. Lo stesso discorso vale per i derivati, che in genere proteggono dalla fluttuazione dei tassi o delle valute, e per tutti gli altri prodotti entrati nelle cronache quotidiane per le loro derive negative: servono invece per il buon funzionamento dei mercati, l’abuso e la truffa, o la mancata prudenza, sono poi un’altra cosa. “Le banche d’affari Usa lavoravano con una leva pari a 40 o 50 volte il capitale. In Europa non si è mai agito con un rischio così alto, tant’è che le attività europee della Lehman, una volta liquidate, hanno garantito tutti i creditori europei e sono andate a ripagare in parte anche gli statunitensi”, sostiene Ruggero Magnoni.
Un campo nel cortile: l'inaugurazione a Baranzate
L’iniziativa “Un campo nel cortile” è partita nel 2006, due anni prima del crac della boutique Usa, e da allora ha creato 16 campi di calcio e una palestra tra Milano, Novara e Varese, con un Social return on investment medio annuo calcolato dalla Università Bocconi di Milano del 18%. Significa che i benefici sociali come la riqualificazione delle strutture, la creazione di nuove competenze e l’attrattiva dei quartieri, al netto dei costi operativi del progetto, hanno generato un ritorno per ciascuna comunità territoriale di 18mila euro ogni 100mila euro investiti. L’impegno maggiore è stato la realizzazione di una palestra per l’oratorio San Arialdo di Baranzate, il comune più multietnico d’Italia. L’investimento di circa 400mila euro è stato interamente garantito da privati: il 24% da donazioni, il 14% da private equity e il 62% da un mutuo di Banca Prossima. La Fondazione Magnoni ha coordinato il progetto, mentre l’associazione sportiva della parrocchia, dopo un periodo di affiancamento e formazione, ha iniziato a gestire il centro sportivo. Tra i magnati il gruppo Barilla, la Fondazione Cariplo e la Fondazione De Agostini della famiglie Boroli e Drago.
Sono iniziative che hanno già radici solide all’estero e che si stanno espandendo sempre più anche in Italia. “Nel 1999, a Londra, è nata la fondazione e movimento ‘Laureus sport for good’ col supporto del gruppo automobilistico Daimler e del gruppo del lusso Richemont”, spiega Ruggero Magnoni che della maison svizzera è consigliere. “La nostra Fondazione collabora con Laureus e la stessa dal 2005 ha avviato diversi progetti in Italia. Oltre a Milano, è attiva a Roma e a Napoli: bastano i nomi di Secondigliano e Scampia”. Una ricerca condotta da Ecorys Reaserch programme con il supporto della Bocconi su quattro progetti di Sport for good in Inghilterra, Germania e Italia relativi al progetto Midnight Basketball (le sfide serali a canestro nei campetti da strada) ha rilevato che le attività offerte hanno prodotto un ritorno di 5,02 euro per ogni euro investito in termini di riduzione del crimine, di abbandono scolastico e di problemi di salute. La presenza di campi da basket, pallavolo e calcetto aperti la sera a Milano in zone difficili come Quarto Oggiaro, Piazzale Corvetto e Viale Padova ha allontanato lo spaccio della droga, diminuito il consumo di alcool e gli episodi criminali.
Un campetto di MidnightBasketball