Tuttavia è stato proprio il ritorno della politica dei dividendi ad accendere un faro sulla gestione della liquidità del colosso americano. E sì perché nonostante Apple abbia in cassa 213 miliardi di dollari (due terzi dell'intero debito greco) per remunerare gli azionisti ha preferito indebitarsi attraverso l'emissioni di nuove obbligazioni: da un lato il colosso americano ha sfruttato i bassi tassi offerti dal mercato, ma dall'altro ha ammesso che tutti quei soli erano in paradisi fiscali e per farli rientrare negli Stati Uniti avrebbe speso una fortuna in tasse. Il 93% della liquidità del gruppo, infatti, è custodita all'estero, protetta da accordi fiscali che hanno, anche nei casi peggiori, un impatto risibile sui conti del gruppo.
Il caso più recente riguarda l'Irlanda a cui la Commissione Europea ha imposto di recuperare 13 miliardi di tasse non pagate da Apple. Una richiesta che ha scatenato la furia di Cook che ha rivendicato i meriti di quanto fatto dal suo gruppo in Europa e in Irlanda. Il manager, però, continua a tacere sul ruolo delle due società denunciate anche dal Senato Usa: la Apple Operation International (Aoi) che ha intermediato per la Apple Inc le vendite in America e la Apple Sales International (Asi) che ha curato la vendita dei prodotti in Europa Medio Oriente, Africa, India, Asia e il Pacifico. Entrambe senza residenza fiscale e dipendenti. In quest'ultima, in particolare, Tim Cook ha avuto un ruolo attivo firmando il Contratto di condivisione dei costi con la Apple Inc che ha permesso di eludere il fisco americano ed europeo. Soldi dei quali, oggi, sono tutti a caccia.
E se è vero che negli anni la Apple ha aperto diverse società in Irlanda e in diverse fasi storiche ha anche creato occupazione - in particolare negli anni Ottanta quando l'isola era davvero la sede di produzione del gruppo - è altrettanto vero che a seguito della crisi degli anni Novanta ha spostato la produzione in Cina, mantenendo però la stessa struttura societaria per sfruttare i relativi benefici fiscali.
Anche la Cina è per Cook un tasto dolente: prima l'ondata di suicidi negli stabilimenti della Foxconn con gli operai che denunciava condizioni di lavoro disumane per aumentare la produzione di iPhone e iPad, poi l'annuncio del fornitore di Cupertino di aver dimezzato la sua forza lavoro dopo averla sostituita con dei robot.
Apple resta il marchio che vale di più (178 mld), ma Google scalpita
Apple e Google si confermano i brand di maggiore valore economico anche nel 2016. E' quanto emerge dallo studio Best global brands 2016 redatto da Interbrand, che prende in considerazione i 100 brand più conosciuti al mondo. La società di Cupertino e il motore di ricerca più utilizzato nel mondo si sono attestati al primo e secondo gradino del podio per il quarto anno consecutivo. Coca-cola si è confermata terza. Quest'anno sono entrati nell'olimpo dei brand più quotati anche Dior e Tesla, new entry di quest'edizione. L'Italia è rappresentata anche quest'anno da Gucci (al 53esimo posto), che tuttavia appartiene alla francese Kering, e da Prada (81esima), che però ha perso valore.
Nel dettaglio nella classifica dei primi 100 marchi al mondo, apple resta sul più alto gradino con un valore del brand di 178,119 miliardi di dollari e una crescita del 5% rispetto al 2015. Google mantiene la seconda posizione con un valore del brand di 133,252 miliardi di dollari (+11% rispetto all'anno scorso). Coca-Cola è in terza posizione, seguita da microsoft, toyota, ibm, samsung, amazon, mercedes-benz e ge, che così completano la top 10. Facebook (+48%), Amazon (+33%), Lego (+25%), Nissan (+22%) e Adobe (21%) mostrano le crescite più elevate. Il marchio italiano Gucci (#53) ha un valore di 9,385 miliardi di dollari, in crescita del 6%. Prada (#81) è stata valutata 5,504 miliardi di dollari, in calo del 12% (leggi l'articolo).