MILANO - Piccoli fondi crescono. Anche in Italia il settore del private debt, che "acquista" debito e non capitale delle imprese, costola ancora "minore" dell'universo del private equity, comincia ad avere una sua consistenza: nel 2016 la raccolta ha toccato i 632 milioni, in crescita del 65% rispetto all'anno precedente (i dati sono stati presentati nel convegno annuale dell'Aifi, l'associazione dei private, debt e venture capital, con la collaborazione di Deloitte). E' vero che i numeri sono ancora piccoli (sono grosso modo un quarto dei cugini maggiori) e il numero dei fondi - una ventina - ancora piuttosto ristretto, ma rappresenta una realtà emergente in Italia. Del resto è un trend persino banale, in un contesto di crescente disintermediazione bancaria.
Il contesto mondiale. Non a caso a livello mondiale - secondo l'Osservatorio Deloitte su 55 fondi globali analizzati, giunto alla quattordicesima edizione - segna una raccolta pari a 23 miliardi di dollari nel 2016. Un dato in calo del 40% rispetto a quello del 2015, spiegabile in parte con il fatto che questi fondi intervengono - nel 50% dei casi - nelle operazioni di fusioni e acquisizioni, che l'anno scorso hanno battuto il passo. Solo in Europa, l'M&A è diminuito del 23%, probabilmente anche per i prezzi molto alti delle transazioni: il dato medio dell'enterprice value, pari a 9,6 volte l'Ebitda, è ai massimi da dieci anni a questa parte.
L'ambito di attività. Ma cosa fa esattamente un fondo di private debt? Molto in sintesi, finanzia le imprese. In un caso su due, interviene nel momento in cui c'è un'operazione straordinaria di fusione o acquisizione, il resto delle operazioni è costituito da finanziamenti ad imprese che vogliono crescere (growth capital), rifinanziamento in sostituzione di prestiti bancari o, in ultima istanza, prestando denaro ad imprese che abbiano un merito di credito basso. Si tratta quindi di un'attività che in molti casi si sostituisce a quella della banca e, sempre nella maggior parte dei casi ma non solo, l'operazione viene effettuata sottoscrivendo minibond. All'estero, ma sempre più anche in Italia, il private debt si muove insieme al private equity, ma a differenza di quest'ultimo non entra nella vita dell'azienda, in termini di gestione o posti in consiglio.
Il mercato italiano. Nel nostro paese il settore è più indietro rispetto agli standard europei e mondiali, ma sta crescendo ad un ritmo molto interessante. La disintermediazione bancaria non è ancora la norma ma si sta espandendo e attualmente ci sono una dozzina di fondi che ha già fatto almeno un'operazione, mentre quasi altrettanti sono in fase di raccolta o hanno già fatto il closing ma non hanno ancora realizzato operazioni. L'anno scorso, sempre secondo i dati Aifi, sono state realizzate 65 operazioni, per un ammontare complessivo di 378 milioni. La stragrande maggioranza degli interventi di private debt è stata in minibond: il 91% del totale (e di questi, poco più della metà sono in obbligazioni che hanno una taglia massima di 5 milioni).
Le potenzialità. "A regime, è un mercato che può riversare sulle imprese un miliardo all'anno, da dedicare alla crescita - spiega Anna Gervasoni, direttore generale dell'Aifi - ci auguriamo che nel corso del 2017 diventino operativi almeno altrettanti soggetti rispetto a quelli attuali, ma già ora possiamo dire che abbiamo finalmente un mercato". Finora, i protagonisti assoluti sono stati i fondi costituiti dalle sgr e un ruolo fondamentale l'ha svolto il Fondo italiano d'investimento (che ha come soci - tra l'altro - Cdp, Confindustria, Abi e Intesa) che ha fatto da "anchor investor" a nove fondi di private debt.
Il contesto mondiale. Non a caso a livello mondiale - secondo l'Osservatorio Deloitte su 55 fondi globali analizzati, giunto alla quattordicesima edizione - segna una raccolta pari a 23 miliardi di dollari nel 2016. Un dato in calo del 40% rispetto a quello del 2015, spiegabile in parte con il fatto che questi fondi intervengono - nel 50% dei casi - nelle operazioni di fusioni e acquisizioni, che l'anno scorso hanno battuto il passo. Solo in Europa, l'M&A è diminuito del 23%, probabilmente anche per i prezzi molto alti delle transazioni: il dato medio dell'enterprice value, pari a 9,6 volte l'Ebitda, è ai massimi da dieci anni a questa parte.
L'ambito di attività. Ma cosa fa esattamente un fondo di private debt? Molto in sintesi, finanzia le imprese. In un caso su due, interviene nel momento in cui c'è un'operazione straordinaria di fusione o acquisizione, il resto delle operazioni è costituito da finanziamenti ad imprese che vogliono crescere (growth capital), rifinanziamento in sostituzione di prestiti bancari o, in ultima istanza, prestando denaro ad imprese che abbiano un merito di credito basso. Si tratta quindi di un'attività che in molti casi si sostituisce a quella della banca e, sempre nella maggior parte dei casi ma non solo, l'operazione viene effettuata sottoscrivendo minibond. All'estero, ma sempre più anche in Italia, il private debt si muove insieme al private equity, ma a differenza di quest'ultimo non entra nella vita dell'azienda, in termini di gestione o posti in consiglio.
Il mercato italiano. Nel nostro paese il settore è più indietro rispetto agli standard europei e mondiali, ma sta crescendo ad un ritmo molto interessante. La disintermediazione bancaria non è ancora la norma ma si sta espandendo e attualmente ci sono una dozzina di fondi che ha già fatto almeno un'operazione, mentre quasi altrettanti sono in fase di raccolta o hanno già fatto il closing ma non hanno ancora realizzato operazioni. L'anno scorso, sempre secondo i dati Aifi, sono state realizzate 65 operazioni, per un ammontare complessivo di 378 milioni. La stragrande maggioranza degli interventi di private debt è stata in minibond: il 91% del totale (e di questi, poco più della metà sono in obbligazioni che hanno una taglia massima di 5 milioni).
Le potenzialità. "A regime, è un mercato che può riversare sulle imprese un miliardo all'anno, da dedicare alla crescita - spiega Anna Gervasoni, direttore generale dell'Aifi - ci auguriamo che nel corso del 2017 diventino operativi almeno altrettanti soggetti rispetto a quelli attuali, ma già ora possiamo dire che abbiamo finalmente un mercato". Finora, i protagonisti assoluti sono stati i fondi costituiti dalle sgr e un ruolo fondamentale l'ha svolto il Fondo italiano d'investimento (che ha come soci - tra l'altro - Cdp, Confindustria, Abi e Intesa) che ha fatto da "anchor investor" a nove fondi di private debt.