Economia

Materie prime, ecco chi ha vinto la gara del primo semestre

Materiali ferrosi in cima alla classifica. L'esperto: "Oro messo meglio dell'argento, perché avrebbe beneficio anche da un rallentamento economico o da una guerra commerciale".

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MILANO - E' stato un semestre positivo per le materie prime, che da gennaio alla fine di giugno sono riuscite a guadagnare una buona parte delle perdite messe a segno l'anno scorso.

Come ha notato una recente analisi di MarketWatch, l'indice S&P GSCI che traccia 24 materie prime in cinque diversi settori di mercato ha guadagnato nel periodo il 15% circa, quando veniva da una perdita di poco superiore nell'intero 2018. Secondo il portale specializzato sui mercati finanziari, considerando le continue minacce di guerra commerciale è un andamento sorprendente: con la prospettiva di un commercio globale in difficoltà per i dazi, con l'andamento economico che un po' tutti prevedono in calo, solitamente le materie prime si sarebbero deprezzate.

Eppure la vecchia regola che riguarda le scorte e l'approvvigionamento ha prevalso su una lettura prospettica. I minerali ferrosi sono stati protagonisti di una cavalcata che è valsa il primato tra le materie prime. A spiegarla c'è il disastro della Vale in Brasile, con il collasso di una miniera che ha seminato strage e provocato un duro contraccolpo nella fornitura da parte del colosso minerario. Il tutto mentre la domanda cinese per la produzione dell'acciaio è rimasta sostenuta.
La classifica di MarketWatch 

Anche l'oro ha vissuto una stagione particolare, con un forte rialzo soprattutto nella parte finale del semestre. "Nelle ultime settimane le quotazioni dell'oro hanno messo a segno un importante allungo, andando ad aggiornare i massimi dal 2013", spiega Carlo Alberto De Casa, specialista del metallo giallo di ActivTrades e autore di saggi sul mercato del metallo prezioso. "Dal punto di vista tecnico, il prezzo del metallo giallo ha rotto al rialzo la resistenza, ossia un'area che tende a frenare la salita dei prezzi, posta a 1.350/1.370 dollari l'oncia, un'area che aveva invece ripetutamente frenato l'ascesa del prezzo in ripetute occasioni fra il 2016 ed il 2018. Le aspettative per una politica monetaria accomodante da parte della Federal Reserve, ossia con tassi di interesse in calo per il resto del 2019, hanno spinto gli investitori a riversare parte dei propri capitali sull'oro, con una vera e propria corsa al metallo giallo. In questo scenario le quotazioni hanno superato con un certo impeto quota 1.400 dollari, proseguendo fino ad un duplice test verso i 1.440$, area che ha - per il momento - frenato il recupero. Le quotazioni auree restano però impostate al rialzo, con un trend di fondo che appare ancora positivo, sia per l'incertezza del quadro geopolitico, che per le aspettative di tagli ai tassi di interesse sia sul versante europeo che su quello americano. Nel medio termine un possibile target è identificabile verso i 1.500-1.530 dollari l'oncia".

Come annotava De Casa, una forte relazione c'è tra le aspettative d'azione della Fed e il lingotto. Non a caso, quando venerdì 5 luglio gli Usa hanno pubblicato un rapporto del lavoro molto solido che ha fatto scendere le prospettive di taglio massiccio dei tassi Usa, l'oro ha ritracciato chiudendo a New York in calo dell'1,5% a 1.400 dollari.

"Va sottolineata la maggiore forza dell'oro nei confronti dell'argento, con la gold/silver ratio, ossia il numero di once d'argento che si possono acquistare con un'oncia d'oro, volato ai massimi da oltre 20 anni sopra quota 90", aggiunge ancora De Casa (ora si trova a 89,8). "L'oro è in una situazione di forza, beneficerebbe infatti sia di una possibile crisi Usa - Cina nella guerra commerciale, che di un rallentamento economico mondiale o di un taglio dei tassi di interesse. L'argento, invece, in quanto metallo industriale, soffrirebbe una possibile escalation della guerra commerciale, risultandone potenzialmente danneggiato".