Economia

Il governo ad Atlantia: tempo fino al 30 settembre per le risposte o revoca

Secondo l'esecutivo il tempo dell'attesa si sta esaurendo. Ma per fonti vicine alla società non ci sono i fondamenti per togliere la concessione. Atlantia/Aspi hanno oltre 16 miliardi di debiti e 7 mila dipendenti (il doppio con l'indotto). Il 29 si riunirà il consiglio di Aspi, che deve formalmente dare riscontri al Mit. Le ragioni del braccio di ferro con Cdp

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MILANO - Il vertice che si è svolto nella notte a Palazzo Chigi ha ribadito la scadenza del 30 settembre per sbrogliare la matassa della concessione ad Aspi: se entro fine mese non arriveranno risposte che consentano di portare avanti il percorso deciso a luglio per rendere Aspi pubblica con l'ingresso di Cdp, si andrà avanti con la revoca della concessione alla società controllata dal gruppo che fa capo alla famiglia Benetton. La linea della fermezza arriva dopo che tra Atlantia e Cdp si è arrivati praticamente alla rottura, perché la società non accetta le condizioni poste da Cassa - in primis la manleva sulle richieste danni indiretti conseguenti alla caduta del Ponte Morandi - e la Cassa non ritiene possibile entrare nel capitale di Aspi con queste modalità.

Per Atlantia la minaccia di revoca non avrebbe fondamenti giuridici. Secondo i calcoli di alcuni osservatori che seguono il dossier potrebbero però esserci effetti devastanti sul piano dell'occupazione, del debito pubblico e degli investimenti. Potenzialmente a rischio ci sono la forza-lavoro (7.000 dipendenti in Italia, altrettanti nell'indotto) nonché il piano per gli investimenti programmati - 14,5 miliardi di euro - previsti nei piani ma che non potrebbero essere finanziati nel caso in cui il gruppo perdesse la concessione e, di conseguenza, l'accesso al credito. Sotto questo aspetto, il conto potrebbe essere salato anche per il sistema bancario in generale e per gli stessi risparmiatori (un bond di Aspi da 750 milioni è stato collocato presso la clientela retail). Si troverebbe coinvolto il debito da 10 miliardi di Aspi, che senza concessione potrebbe non essere in grado di ripagare i finanziamenti, così come andrebbero in tensione i 5,3 miliardi di debito Atlantia, che controlla l'88% di Aspi e ne garantisce parte del debito.

Formalmente, entro il 30 settembre ci sarà una risposta al governo di Aspi, chiamata in causa del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti il 2 settembre scorso. La società, che ha convocato in anticipo un cda il 29 settembre, dovrà dare riscontro alla proposta di Atto transattivo inviato ad Autostrade. Proprio in base a quel documento fonti vicine ad Atlantia ritengono che "il Mit, a seguito di sue valutazioni tecniche e amministrative, ha già dimostrato la volontà di non effettuare la revoca, non sussistendone le motivazioni oggettive". In poche parole, la minaccia della revoca non sarebbe fondata dal punto di vista giuridico. Anche perché tutto quello che è stato chiesto è stato fatto - compreso pagare la ricostruzione del Ponte - mentre non si è arrivati all'attribuzione di responsabilità con colpa grave, che avrebbero portato alla revoca.

Dal punto di vista del governo, invece, il gruppo ha gravemente disatteso gli impegni presi nel luglio scorso, quando era stato immaginato un percorso di uscita del gruppo Atlantia da Aspi e il contestuale ingresso di Cdp in misura importante. La struttura societaria dell'operazione è più volte cambiata, in questi mesi, e le due parti del negoziato hanno cambiato schema dell'operazione senza tuttavia arrivare ad un accordo. In particolare, a dividere Atlantia e Cdp c'è la ripartizione del debito e, soprattutto, la manleva. Elemento questo che sarà oggetto di valutazione anche da parte di altri soggetti interessati ad entrare in Aspi a partire dai prossimi giorni.