MILANO - Nel cuore di Starlink, il visionario progetto ideato dalla SpaceX di Elon Musk per portare la connessione veloce nelle aree più remote del mondo, ci sarebbe anche un pezzo di Italia. Secondo quanto riportato negli Usa da Business Insider, l’azienda americana avrebbe affidato a Stm la produzione di un milione di ricevitori satellitari necessari per consentire agli utenti di accedere al network. Un maxi contratto che potrebbe valere circa 2,4 miliardi di dollari visto che – riferisce una fonte finanziaria al sito americano – «l’accordo prevede la fornitura a 2400 dollari a pezzo». Numeri e circostanze su cui però l’azienda a guida italo-francese – interpellata da Repubblica – non interviene: «StMicroelectronics non commenta su chi sia o non sia uno dei suoi clienti o su accordi che potrebbe o non potrebbe avere con loro».
Il contratto tra SpaceX e Stm sarebbe stato siglato alcuni anni fa, ma la produzione dei ricevitori sarebbe iniziata soltanto di recente, dopo che a marzo l’azienda ha ricevuto il semaforo verde dalla Commissione Federale per le Comunicazioni (Fcc).
Il progetto annunciato da Elon Musk nel 2015 è nel suo stadio iniziale. L’obiettivo è di portare in orbita una costellazione di 12 mila satelliti per consentire un accesso alla rete anche dai più remoti angoli del pianeta. Intanto, da fine ottobre è partita la fase beta o, come preferisce chiamarla SpaceX con uno delle tante bizzarrie linguistiche di Musk, una fase Better Than Nothing Beta (meglio che nessuna beta).
Fino ad ora SpaceX è riuscita a portare in orbita circa 800 satelliti. Gli ultimi 60 si sono aggiunti lo scorso 25 novembre trasportati nello spazio dal razzo Falcon 9. Quanto basta per permettere di cominciare a testare il progetto in alcune aree rurali di Canada e Stati Uniti. Agli utenti è richiesto un canone di 99 dollari al mese e l’acquisto dell’hardware: una parabola e un decoder del costo di 499 dollari.
E mentre i satelliti sono tutti prodotti internamente da SpaceX, sarebbero proprio i dispositivi di ricezione a portare all’interno la tecnologia di Stm. Pur in assenza di posizioni ufficiali c’è chi sul web ha cercato conferme per conto proprio. L’ingegnere americano Ken Keiter, tra i primi utilizzatori di Starlink, ha scelto di smontare la propria parabola trovando all’interno diversi componenti realizzati da Stm, tra cui un microprocessore e un ricevitore gps. Il tutto documentato in un video pubblicato anche su YouTube.
Anche senza riscontri da parte di Stm le indiscrezioni arrivate dagli Usa hanno contribuito a sostenere le quotazioni della società specializzata in semiconduttori. A fine giornata il titolo ha chiuso a Piazza Affari con un rialzo dell’1,75%, in controtendenza con l’andamento generale dell’indice principale, spinta anche dal rialzo da 35 a 40 euro del prezzo obiettivo da parte degli analisti di Liberum. Una lettura positiva della possibile intesa con SpaceX è arrivata anche dalla banca indipendente Equita: pur giudicando poco sostenibile l’ipotesi di prezzo della fornitura a 2400 dollari a fronte dei 500 di vendita, con una perdita di 1900 dollari per cliente, ha valutato un possibile impatto positivo sugli utili per azione compreso fra il 2 e il 12%.
Il contratto tra SpaceX e Stm sarebbe stato siglato alcuni anni fa, ma la produzione dei ricevitori sarebbe iniziata soltanto di recente, dopo che a marzo l’azienda ha ricevuto il semaforo verde dalla Commissione Federale per le Comunicazioni (Fcc).
Il progetto annunciato da Elon Musk nel 2015 è nel suo stadio iniziale. L’obiettivo è di portare in orbita una costellazione di 12 mila satelliti per consentire un accesso alla rete anche dai più remoti angoli del pianeta. Intanto, da fine ottobre è partita la fase beta o, come preferisce chiamarla SpaceX con uno delle tante bizzarrie linguistiche di Musk, una fase Better Than Nothing Beta (meglio che nessuna beta).
Fino ad ora SpaceX è riuscita a portare in orbita circa 800 satelliti. Gli ultimi 60 si sono aggiunti lo scorso 25 novembre trasportati nello spazio dal razzo Falcon 9. Quanto basta per permettere di cominciare a testare il progetto in alcune aree rurali di Canada e Stati Uniti. Agli utenti è richiesto un canone di 99 dollari al mese e l’acquisto dell’hardware: una parabola e un decoder del costo di 499 dollari.
E mentre i satelliti sono tutti prodotti internamente da SpaceX, sarebbero proprio i dispositivi di ricezione a portare all’interno la tecnologia di Stm. Pur in assenza di posizioni ufficiali c’è chi sul web ha cercato conferme per conto proprio. L’ingegnere americano Ken Keiter, tra i primi utilizzatori di Starlink, ha scelto di smontare la propria parabola trovando all’interno diversi componenti realizzati da Stm, tra cui un microprocessore e un ricevitore gps. Il tutto documentato in un video pubblicato anche su YouTube.
Anche senza riscontri da parte di Stm le indiscrezioni arrivate dagli Usa hanno contribuito a sostenere le quotazioni della società specializzata in semiconduttori. A fine giornata il titolo ha chiuso a Piazza Affari con un rialzo dell’1,75%, in controtendenza con l’andamento generale dell’indice principale, spinta anche dal rialzo da 35 a 40 euro del prezzo obiettivo da parte degli analisti di Liberum. Una lettura positiva della possibile intesa con SpaceX è arrivata anche dalla banca indipendente Equita: pur giudicando poco sostenibile l’ipotesi di prezzo della fornitura a 2400 dollari a fronte dei 500 di vendita, con una perdita di 1900 dollari per cliente, ha valutato un possibile impatto positivo sugli utili per azione compreso fra il 2 e il 12%.