Economia

Carige, si alza il sipario sull'opzione di acquisto di Ccb

Il cda di Cassa centrale banca deve decidere se acquistare l'80% di Carige in mano al Fondo interbancario di garanzia oppure se passare la mano. E la banca genovese può tornare al centro del risiko bancario
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MILANO - Dopo un fine settimana di attesa, il momento della verità dovrebbe essere arrivato. Oggi infatti il consiglio di amministrazione di Cassa centrale banca (Ccb) dovrebbe alzare il velo su Carige. La Cassa, che ha una quota dell'8,3% della banca della Lanterna, ha tempo fino alla fine dell'anno per esercitare l'opzione di acquisto sull'80% del Fondo interbancario di garanzia (insieme allo Schema volontario) ma le due parti hanno convenuto di sciogliere le riserve entro la fine di marzo e, stando ai pronostici, sarà proprio il consiglio di oggi a fare chiarezza sulle intenzioni di Ccb.

Praticamente impossibile che eserciti l'opzione così come è: il prezzo convenuto a suo tempo è di 304 milioni ma lo stesso Fondo interbancario di garanzia dei depositi, in occasione dell'approvazione del proprio bilancio, ha svalutato la partecipazione a poco più di 100 milioni. A questo punto può mettere da parte l'opzione e negoziare un altro prezzo per quella quota (o magari per un pacchetto minore, per quanto qualificato) oppure abbandonare del tutto la partita e rivolgersi ad altri obiettivi. Di sicuro il Fondo deve ricevere una proposta formale, anche solo per poterla rifiutare e, in questo secondo caso, avviare altrettanto formalmente il processo di ricerca di un nuovo partner per Carige. Insomma, ormai è tempo di affrontare la fase negoziale Ccb-Fondo. Tenendo presente che l'opzione è un contratto che obbliga il Fondo a vendere alla Cassa, ma anche che vincola Ccb a quel prezzo: se fa un'altra proposta, anche solo di poco inferiore, significa strappare quel contratto e avviare un tavolo di trattative.

Peraltro, le indiscrezioni della vigilia parlano di una proposta di acquisto da un euro simbolico e di una "dote" da 500 milioni che l'acquirente chiederebbe al Fondo, prima del suo ingresso, per rafforzare patrimonialmente la banca. Che, al momento, non ha bisogno di capitale ma in prospettiva si troverà a soffrire, come tutto il sistema, del venire meno delle moratorie sui crediti causa pandemia. E a quel punto il suo Cet1 phase-in del 12,8%, bello ma non bellissimo, potrebbe subire rapidamente i contraccolpi. Non sono pochi a ritenere che un irrobustimento patrimoniale per Carige non sia un'ipotesi così peregrina.

Per molti altri aspetti la banca ha dimostrato vitalità industriale in questo periodo ma l'ipotesi più ragionevole è che trovi una sua sistemazione in seno a un altro gruppo. Meglio se entro l'anno, per sfruttare le agevolazioni fiscali previste sulle Dta (le imposte differite) per il compratore. Anche per il Fondo sarebbe opportuno trovare un acquirente. Non ha obblighi di legge, ma vincoli di opportunità sì: per sua natura non è un investitore a tempo indeterminato e la sua quota di maggioranza quasi assoluta lo costringerebbe ancora una volta a mettere mano al portafoglio se ci fosse necessità di un aumento di capitale. Per statuto, comunque, il Fondo deve tenere le partecipazioni il minor tempo possibile, ma nel rispetto dei principi di economicità; insomma, non deve svendere.

Oggi tocca a Ccb. Se arriverà una proposta (finora la Cassa è stata molto riservata e non ha dato indicazioni sebbene più volte sollecitata) mercoledì il Fondo avrà modo di approfondirla. E' fissato da tempo un consiglio ordinario, a valle dell'esecutivo Abi (come di consueto) ma stavolta l'ordine del giorno rischia di essere corposo e molto poco ordinario. Oltre alla vicenda Carige, verrà fatto il punto anche sulla Banca del Fucino, su cui il Fondo è intervenuto tempo addietro dando una garanzia su 30 milioni di aumento di capitale. Sui primi 10, già versati, non c'è stato bisogno dell'intervento del Fondo, che quindi mercoledì annullerà quella parte di garanzia.