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Generali, da Ferak a Cassa Forense: i "piccoli" soci nella battaglia per il Leone

(ansa)
Continua lo shopping di Del Vecchio e Caltagirone, che ha portato il Patto a superare il 13%. Ma quando arriverà il momento della conta, in vista dell'assemblea per il rinnovo delle cariche, anche i pacchetti minori acquisteranno valore strategico, anche se l'ago della bilancia restano i grandi investitori istituzionali
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MILANO - In poco più di dieci giorni, il pacchetto del Patto di consultazione su Generali è cresciuto  quasi dello 0,5%: poco in assoluto, abbastanza se l’oggetto dello shopping compulsivo è il Leone di Trieste. Tantissimo, da un punto di vista psicologico, perché le ultime azioni comprate (da Leonardo Del Vecchio e da Francesco Caltagirone) consentono di superare di un soffio la quota di proprietà di Mediobanca; quest'ultima infatti è al 12,9% con i titoli propri mentre il Patto (Caltagirone-Del Vecchio-Fondazione Crt) è ha appena salito al 13,018%. Ma, come è noto, Piazzetta Cuccia ha messo altro fieno in cascina, con un prestito titoli “chiuso” (cioè che non può essere richiamato dai proprietari delle azioni) che l’ha portata a salire al 17,22% dei diritti di voto del Leone di Trieste.

MILANO - In poco più di dieci giorni, il pacchetto del Patto di consultazione su Generali è cresciuto  quasi dello 0,5%: poco in assoluto, abbastanza se l’oggetto dello shopping compulsivo è il Leone di Trieste. Tantissimo, da un punto di vista psicologico, perché le ultime azioni comprate (da Leonardo Del Vecchio e da Francesco Caltagirone) consentono di superare di un soffio la quota di proprietà di Mediobanca; quest'ultima infatti è al 12,9% con i titoli propri mentre il Patto (Caltagirone-Del Vecchio-Fondazione Crt) è ha appena salito al 13,018%. Ma, come è noto, Piazzetta Cuccia ha messo altro fieno in cascina, con un prestito titoli “chiuso” (cioè che non può essere richiamato dai proprietari delle azioni) che l’ha portata a salire al 17,22% dei diritti di voto del Leone di Trieste.

La strada è ancora lunga, da qui all’assemblea che deciderà, in primavera, sul rinnovo delle cariche sociali di Generali. Ma se si arriverà alla presentazione di due liste da parte del cda uscente e degli azionisti (magari anche con l’aggiunta di una terza lista di Assogestioni, probabile ma non scontata) la caccia al voto sarà  vivace e all’ultima azione. E anche i pacchetti di minori dimensioni, quelli dei “piccoli” azionisti, qualche volta silenti, potrebbero assurgere a nuova gloria. Sempre che non vendano prima della prossima assemblea e che mantengano le stesse percentuali che avevano all’ultima riunione dei soci.

Per esempio Ferak. La società, in cui convivono un po’ come separati in casa gli Amenduni (con il 63%) Enrico Marchi, la famiglia Zoppas e altri azionisti, custodisce un pacchetto intorno all’1,2% di Generali a un prezzo di carico di 18,59 euro (ora il titolo sta a 18,64 euro). Da anni la mini-holding del Nord Est non va in assemblea Generali né dà la delega per essere rappresentata, ma certo stavolta la situazione è diversa e potrebbe scegliere di schierarsi. Tra gli Amenduni e Piazzetta Cuccia in passato non c’è stata troppa sintonia e da un punto di vista meramente territoriale c’è più vicinanza con Del Vecchio, ma questo potrebbe significare ben poco al momento della scelta.

Un altro pacchetto “rotondo” – molto relativamente parlando – è quello della Cassa forense, da tempo presente in Generali (come è normale che sia, vista la sua natura di investitore istituzionale e di lungo periodo). Ha una quota appena sotto l’1% (lo 0,99%) e in passato non è mai stata considerata vicina alla lista Assogestioni, anche se il quadro pregresso non ha niente a che fare con quello attuale. Il suo cospicuo patrimonio immobiliare è confluito nel Fondo Cicerone, diviso in tre comparti e gestito da Fabrica sgr (che fa capo al gruppo Caltagirone) sulla base di un mandato istituzionale, deciso a suo tempo con una gara. Non abbastanza per poter essere considerato uno schieramento a priori, ma sufficiente a testimoniare una reciproca conoscenza.

Diverso è il caso di Investimenti assicurazioni Generali (Inv. A.G). La “scatoletta”, che ha lo 0,76% del Leone di Trieste, era stata fondata nel 2006 su impulso di Mediobanca (presente nel capitale di Inv. A.G con oltre il 13%) e tra i suoi azionisti ha Lavazza, i Gavio e Valsabbia, nonché l’Unione fiduciaria delle banche popolari e altre istituzioni: ovvio lo schieramento, vista la presenza di Piazzetta Cuccia e di imprenditori vicini alla banca d’affari. Pacchetti piccoli? A volte anche piccolissimi, ma con nomi blasonati. Per esempio Isabella Seragnoli, che attraverso la Isco srl e la Mais spa ha circa lo 0,2% di Generali. La stessa percentuale del resto (0,22%) che ha apportato al Patto di consultazione di Mediobanca.

Altri pacchetti si posizioneranno, al momento opportuno, dall’una e dall’altra parte. Anche se, alla fine, la differenza la farà il mercato: il 40% di investitori istituzionali saranno l’ago della bilancia. Sia che decidano di presentare una lista “Assogestioni”, sia che prendano posizione per l’uno o per l’altro schieramento. La gara è appena cominciata.