Generali, la bussola per orientarsi sulla battaglia finanziaria del decennio
di Vittoria Puledda , di Vittoria PuleddaMILANO - Generali è, da sempre, la società dei record, dei grandi numeri; perché no, anche delle eccellenze. E nello stesso tempo, la bella addormentata da scuotere, la compagnia assicurativa che ha sprecato troppe occasioni per dare la zampata al mercato europeo, prendendosi il posto che potrebbe avere (più importante di quello che ha), insomma, una macchina da guerra potenziale, che però non marcia a pieni giri.
Ce ne è abbastanza, anche solo così, per spiegare come mai sia esplosa la battaglia per la conquista della plancia di comando di Generali. Due i fattori catalizzanti: uno strutturale, la presenza nel libro soci di un nutrito e importante nocciolo duro di super-azionisti, con idee divergenti sulla compagnia; e uno contingente, l'imminenza del rinnovo degli organi sociali. Con l'obiettivo dichiarato, da parte di una fetta di azionisti, di disarcionare l'amministratore delegato Philippe Donnet (e probabilmente non so…
MILANO - Generali è, da sempre, la società dei record, dei grandi numeri; perché no, anche delle eccellenze. E nello stesso tempo, la bella addormentata da scuotere, la compagnia assicurativa che ha sprecato troppe occasioni per dare la zampata al mercato europeo, prendendosi il posto che potrebbe avere (più importante di quello che ha), insomma, una macchina da guerra potenziale, che però non marcia a pieni giri.
Ce ne è abbastanza, anche solo così, per spiegare come mai sia esplosa la battaglia per la conquista della plancia di comando di Generali. Due i fattori catalizzanti: uno strutturale, la presenza nel libro soci di un nutrito e importante nocciolo duro di super-azionisti, con idee divergenti sulla compagnia; e uno contingente, l'imminenza del rinnovo degli organi sociali. Con l'obiettivo dichiarato, da parte di una fetta di azionisti, di disarcionare l'amministratore delegato Philippe Donnet (e probabilmente non solo).
L'identikit della compagnia
Grandissima in Italia, media in Europa, tra le più antiche società quotate a Piazza Affari (ha una storia di oltre 150 anni) e uno dei pochi gruppi internazionali da decenni, sud America compresa: un primato che in passato divideva con la Comit, Pirelli e Alitalia. Generali la rete estera ce l'ha ancora e forte, anche se da alcuni mercati ha scelto di uscire. Sui suoi libri contabili ci sono 70 miliardi di premi lordi annuali (al primo posto in Europa), un patrimonio netto di pertinenza del gruppo di circa 30 miliardi e quasi 700 miliardi di masse gestite (anche per conto terzi). In questo enorme portafoglio ci sono anche circa 60 miliardi di titoli di Stato, ragione in più perché la compagnia sia considerata strategica (anche dal Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza).
Ma come dimensioni, rispetto ai superbig europei, non brilla: la sua capitalizzazione - dopo tutti i rialzi degli ultimi mesi - non arriva a 30 miliardi, contro gli oltre 85 di Allianz (la più grande in Europa) i 57 di Zurich e dimensioni analoghe per Axa. Il Leone Alato riconquista il primato invece come remunerazione complessiva dell'azionista (Tsr, incremento del prezzo di Borsa più dividendi distribuiti) nel periodo novembre 2016/dicembre 2021, cioè da quando è in sella Philippe Donnet come amministratore delegato: Generali ha regalato un Tsr pari al 112%, contro il 70% di Allianz e il 95% di Zurich, tanto per avere un metro di paragone. Ma certamente l'incremento di prezzo del titolo, sostenuto dalla battaglia in atto tra soci (combattuta a colpi di acquisti di pacchetti rotondi) ha giocato decisamente a favore.
I grandi soci, vecchi e nuovi
Generali è, da tempo immemore, Mediobanca. Dopo aver venduto qualche piccola quota, Piazzetta Cuccia si è assestata una manciata di titoli sotto il 13% della compagnia del Leone. Ma, in vista dell'assemblea, ha riscoperto una vecchia formula di Borsa, utilizzata in modo nuovo: il prestito titoli, finalizzato a votare per il rinnovo; e così è salita al 17,2%. Tra i soci di lungo corso c'è anche la Fondazione Crt, e una presenza consolidata è quella di Francesco Gaetano Caltagirone (il vice presidente che si è dimesso sbattendo la porta) mentre più di recente si è aggiunto Leonardo Del Vecchio. Questi ultimi due, presenti (e in forze, soprattutto Del Vecchio) anche in Mediobanca. I tre hanno costitutito un Patto di consultazione, forti di una quota che ormai incalza quella di Mediobanca: il 16,13%. Di soci, medi e piccoli, ce ne sono ovviamente molti altri (a partire dal gruppo Benetton, poco sotto il 4%), ma su tutti ce ne è uno: il mercato, fatto per larga misura da investitori internazionali, fondi pensione e casse previdenziali. In tutto, rappresentano il 34,75% del capitale sociale.
Chi si contende la compagnia
I due soci forti, e riottosi, sono sicuramente Caltagirone e Del Vecchio. Il primo in Generali ha la quota più alta (8% contro il 6,6% del patron di Luxottica), il secondo è di gran lunga il principale singolo azionista di Mediobanca (un soffio sotto il 20%). Non si sono ancora pronunciati come schieramento i Benetton. In precedenti occasioni hanno votato insieme agli investitori istituzionali, guidati dalla "lista Assogestioni", ma stavolta la partita è ben più infuocata. Nelle ultime fasi i Benetton non hanno avuto particolari ragioni per essere riconoscenti a Mediobanca, ma da qui a dire come si schiereranno ce ne corre.
Perché scoppia ora lo scontro
Da tempo si sa che l'azionariato Generali non è più coeso, anzi. I dissidi hanno avuto vari momenti pubblici e meno pubblici (a partire dalla scelta di acquistare Cattolica, non condivisa da Caltagirone e Del Vecchio) ma ad accendere le micce è stata la scadenza del mandato del cda e la scelta di presentare una lista del consiglio uscente. Dove, a suo tempo, i consiglieri di maggioranza furono indicati da Mediobanca, cioè da una delle parti in campo. Gli altri - Caltagirone e Del Vecchio - a questo punto hanno cominciato a veder rosso. E Caltagirone, più irruento nei modi e più esposto sulla compagnia, non ne ha fatto mistero.
Attenzione alle date
Il punto di arrivo sarà il 29 aprile, quando si terrà l'assemblea per l'approvazione del bilancio e il rinnovo del consiglio di amministrazione. Un mese prima, prescrive la legge, deve essere presentata la lista del consiglio uscente, 25 giorni prima le altre. Dunque al più tardi per quella data si dovranno conoscere i nomi del potenziali consiglieri ma soprattutto chi avrà presentato le liste: quella del cda uscente, quella - strascontata - di Caltagirone e, infine, quella di Assogestioni (sempre che decida di scendere in campo, visto il livello dello scontro e la presenza di una lista del cda potrebbe anche decidere di farsi da parte).
Tuttavia la Consob, nella Bozza di Richiamo di attenzione inviata per consultazione al mercato, raccomanda che alla lista del cda uscente venga data "tempestiva pubblicazione", con congruo anticipo rispetto ai termini minimi. Dunque, la lancetta degli orologi per lo scontro dichiarato si spostano indietro, rispetto al 29 aprile. Anzi, tra 7-10 giorni ci potrebbe essere la "long list" dei candidati individuati dal cda uscente, poi ci sarà una short list e, infine, la presentazione della lista (presumibilmente, metà marzo).
Ben prima dovrebbero arrivare le risposte della Consob: una, pubblica, sul proprio testo di Richiamo di attenzione sul voto di lista, frutto anche delle sollecitazioni arrivate dal mercato (prassi irrituale, adottata in questo caso). E la seconda al gruppo Caltagirone, che attraverso i suoi legali aveva da tempo avanzato quesiti alla Consob (sul voto di lista, ma anche sull'utilizzo del prestito titoli).