Dalle miniere del nostro Paese sono stati estratti minerali metallici, zolfo, lignite, sale di Salgemma, talco, oro. Attività minerarie diverse hanno provocato specifici impatti paesaggistici e ambientali sulle aree di produzione e i territori circostanti. Secondo Ispra, sono oltre 3mila i siti minerari dismessi in Italia, di cui 794 riguardano l’estrazione di minerali metalliferi, avvenuta con scarsa attenzione al contenimento dell’impatto ambientale e con l’abbandono di ingenti quantitativi di scarti minerari.
Per il loro futuro e quello dei territori su cui insistono, si punta oggi sullo sviluppo di nuovo turismo, che sappia coniugare la messa in sicurezza di luoghi abbandonati e spesso contaminati, con la tutela di un importante patrimonio storico-culturale da non disperdere. La rete nazionale dei parchi e musei minerari italiani, promossa da Ispra, Ministero per lo Sviluppo economico, Regione Lombardia e Associazione italiana per il patrimonio archeologico e industriale (Aipai) è nata nel 2015 con l’adesione di 40 siti minerari dismessi. Oggi ne conta oggi 67.
Si va dalle miniere del Parco minerario regionale della Valle d’Aosta al Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna, passando per il Parco nazionale museo delle miniere dell’Amiata, quello delle colline metallifere grossetane, o quello delle miniere di zolfo delle Marche e dell’Emilia Romagna, ma non solo. Le regioni coinvolte sono 13. Tra gli obiettivi della rete, la promozione dei temi della conservazione, tutela e valorizzazione del patrimonio minerario dismesso. Ma anche la proposta di soluzioni riguardo al problema della messa in sicurezza e bonifica dei siti. A tal fine è stata presentata alla Camera nel 2017, e nuovamente nel 2019, una proposta di legge unitaria sul tema, che guarda ai risultati raggiunti dalle 67 miniere museo e indica chiaramente i percorsi di riqualificazione possibili.
Il recupero delle cave
È decisamente elevato sul territorio italiano anche il numero delle cave dismesse e abbandonate: 14.141 secondo quanto riportato da Legambiente nel suo Rapporto Cave 2021, che incrocia i dati Istat con quelli forniti da regioni e province autonome. Un numero in crescita rispetto alle 13.414 del 2017. Non mancano però esempi di buone pratiche per il recupero delle aree e il ripristino ambientale, che generano nuove opportunità ecosistemiche, didattiche e ludiche.
Le caratteristiche geologiche dei luoghi sono determinanti per la tipologia di progetto di recupero. Il lago di Boscaccio, nel Parco agricolo sud di Milano, è un bacino artificiale rinaturalizzato di 35 ettari che ospita un’avifauna particolarmente ricca e numerose specie autoctone di pesci. Così come l’area della cava di marna di Baggero nel Comune di Merone (Como) trasformata in oasi. A tre chilometri da Grottaglie, in Puglia, le architetture tufacee delle ex cave di Fantiano sono oggi un teatro all’aperto: un bell’esempio di riqualificazione e di equilibrio faticosamente riconquistato, dopo quarant’anni di abbandono e un precedente impiego come discarica abusiva.