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Economia

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La transizione verde, fatta secondo le regole, può salvare l'economia di un Paese

Uno studio britannico delinea gli scenari più probabili e gli strumenti per salvaguardare i sistemi economici
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La transizione ecologica porterà nuovi benefici, ma anche nuovi rischi. A rivelarlo è uno studio condotto da un gruppo di ricerca inglese, con i prestigiosi atenei di Exeter e Cambridge a fare da traino, pubblicato sulla rivista Nature Energy. Le politiche verdi vengono viste tradizionalmente come costose agli occhi dei Paesi che le applicano. Ma convincersi di realizzare la transizione ecologica senza regole chiare può rivelarsi pericoloso. Seguire la strada maestra resta la strategia migliore per ridurre i costi, anche sociali, della transizione stessa. I rischi di una trasformazione energetica in senso 'green' attuata senza regole cambiano da caso a caso.

Gli studiosi di Exeter e Cambridge hanno distinto i Paesi in tre categorie in base al loro grado di competitività sul mercato dei combustibili fossili. La prima categoria comprende i grandi importatori di combustibili tradizionali come Unone europea e Cina, dove la decarbonizzazione porterà i vantaggi che tutti conosciamo, specie per il clima. Gli stati della seconda categoria, cioè i grandi esportatori competitivi come l'Arabia Saudita, potrebbero fronteggiare la crisi derivante dal 'carbon free' inondando il mercato con combustibili a prezzi ridotti, in modo da invogliare all'acquisto dei loro prodotti. Nella terza categoria rientrano i grandi esportatori non competitivi come Stati Uniti, Canada e Russia, le cui economie potrebbero risentire della scarsità di risorse fossili bloccate dalle norme della transizione verde e della mancanza di investimenti in nuovi settori tecnologici.

Qui sta il punto cruciale: sterzare verso il 'verde' con tecnologie innovative a zero emissioni. "La decarbonizzazione è tradizionalmente considerata costosa - spiega il professor Jean-Francois Mercure del Global Systems Institute dell'Università di Exeter - ma in realtà dipende da quanto ogni Paese è disposto a perdere di fronte al guadagno derivante dall'uso delle energie pulite". Il professor Jorge Viñuales dell'Università di Cambridge, coautore dello studio, aggiunge che "la domanda chiave è come decarbonizzare tenendo presenti le condizioni specifiche di ciascun Paese".

Secondo lo studio infatti, la rapida sostituzione dei combustibili fossili con le rinnovabili causerà una "profonda riorganizzazione delle catene del valore del settore, del commercio internazionale e della geopolitica". I ricercatori delineano scenari futuri differenti a seconda delle tre categorie di Paesi rispetto all'industria dei combustibili fossili. Nel primo di questi scenari i grandi importatori (Ue, Regno Unito, Cina, India, Giappone, la prima categoria) possono diventare energeticamente indipendenti e, coi soldi risparmiati, creare nuovi posti di lavoro interni per sviluppare nuove tecnologie in casa propria (questi Paesi infatti stanno già affrontando la transizione, e rapidamente).

I grandi esportatori competitivi del secondo gruppo (alcune nazioni dell'Opec), come abbiamo visto, adottano la strategia di 'drogare' il mercato con prodotti a basso prezzo, per evitare il calo delle esportazioni, mentre la domanda raggiungerà un picco e poi un declino. Il peggio sarà per i grandi esportatori non competitivi (Stati Uniti, Canada, Russia, forse il Brasile), i quali subirebbero un doppio contraccolpo, sia dal calo della domanda che dai bassi prezzi del petrolio e del gas.

Va sottolineato che l'industria dei combustibili fossili, essendo di struttura molto forte, anche politicamente, nel breve periodo può ostacolare l'introduzione di incentivi economici 'green' o creare barriere politiche, appunto, nei confronti della decarbonizzazione. D'altra parte, un settore economico vitale come quello dell'occupazione non può restare esposto a cambiamenti strutturali privi di una chiara strategia di uscita. Secondo il gruppo di ricerca targato Exeter-Cambridge, i Paesi in questa situazione dovrebbero considerare attentamente come trarre, dalla transizione verde, benefici che possono essere utilizzati per proteggere i lavoratori esposti al cambiamento.

"Sostenere l'innovazione a basse emissioni di carbonio è l'unico modo per mantenere la competitività a lungo termine in un'economia in via di decarbonizzazione", sostiene il professor Pablo Salas dell'Istituto per la leadership di sostenibilità dell'ateneo di Cambridge. Che insieme ai suoi colleghi conclude con una precisazione importante: i risultati della ricerca non sostengono nessuna particolare politica a favore del clima, ma semplicemente identificano la nuova geopolitica disegnata dalla Cop26 di Glasgow. Dunque, niente strumentalizzazioni.