Quanto sono sicuri i nostri risparmi in banca? Conti correnti, depositi a risparmio liberi e vincolati (conti di deposito), certificati di deposito e anche gli assegni circolari sono tutelati dai sistemi di garanzia dei depositi, il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd) e il Fondo di Garanzia dei Depositanti del Credito Cooperativo (Fgdcc), ma per un importo massimo complessivo di 100.000 euro per depositante e per singola banca. Il limite dei 100.000 euro non si applica, per i nove mesi successivi al loro accredito, ai cosiddetti “saldi temporanei elevati”, ossia le somme depositate da clienti persone fisiche derivanti da alcuni specifici eventi, ad esempio la compravendita di un immobile o un divorzio, il pensionamento, lo scioglimento del rapporto di lavoro.
Il fondo di garanzia non tutela pronti contro termine e obbligazioni bancarie
Cosa succede a tutto il resto, ossia obbligazioni, titoli di Stato, fondi comuni in cui abbiamo investito? Un’eventuale insolvenza della banca non tocca ciò che fa parte del “patrimonio” del cliente e viene affidato alla banca in deposito, principio che vale per il contenuto delle cassette di sicurezza e per i titoli, fondi comuni e altri strumenti finanziari presenti nel conto titoli. Restano esclusi dalla garanzia del Ftid ed esposti al rischio di fallimento i pronti contro termine, le obbligazioni e i certificati di investimento emessi dalla banca insolvente, così come i depositi che eccedono il limite dei 100.000 euro e il motivo è molto semplice: quando sottoscriviamo un’obbligazione emessa della banca, ma anche quando versiamo denaro sul conto corrente o su un conto di deposito, prestiamo i nostri soldi alla banca che si impegna a restituirli a richiesta o alla scadenza pattuita, siamo quindi suoi creditori. Uno dei possibili esiti di una crisi bancaria è il bail-in, procedura nella quale i creditori della banca sono chiamati a condividere l’onere di coprire le perdite. Sono chiamati a farlo seguendo una precisa gerarchia: si comincia dalle azioni che possono essere ridotte di valore fino al loro azzeramento; se non basta, si passa alle obbligazioni subordinate o junior, poi alle obbligazioni senior non-preferred bond, di solito destinate a investitori istituzionali, e, se tutto questo ancora non dovesse bastare, si passa alle obbligazioni senior (le più diffuse tra i piccoli risparmiatori e in questa tipologia dovrebbero ricadere anche i certificate emessi dalla banca) e infine ai depositi di persone fisiche e di piccole e medie imprese per la parte eccedente i 100.000 euro.
É quindi particolarmente importante comprendere quale tipologia di obbligazioni bancarie si sta sottoscrivendo, perché diverso è il loro grado di coinvolgimento in un eventuale ripianamento delle perdite; non partecipano alle procedure di bail-in o anche alla sua alternativa, la liquidazione coatta amministrativa, i covered bond perché si tratta titoli garantiti da attività finanziarie, ad esempio crediti ipotecari o verso la pubblica amministrazione, costituite in un patrimonio separato da quello della banca e quindi non coinvolte in un’eventuale procedura di insolvenza.
I rischi per obbligazioni e titoli di Stato
I Btp e altri titoli di Stato e le obbligazioni societarie presenti nel conto di deposito titoli non sono coinvolti nelle procedure di insolvenza della banca, ma questo non significa che siano esenti dal rischio di controparte, il rischio cioè che l’emittente non sia in grado di pagare la cedola interessi e/o di rimborsare il capitale alla scadenza. Soprattutto per un emittente sovrano è difficile che si arrivi a un default improvviso, l’insolvenza è in genere preceduta dal “declassamento”, ossia dall’abbassamento del rating, il “voto” dato da società indipendenti alla solvibilità dell’emittente. Passare in particolare da un rating “investment grade”, attualmente lo Stato italiano si colloca sul gradino più basso, la tripla B, a un rating “speculative grade” significa vedere calare notevolmente i prezzi delle obbligazioni, perché gli investitori pretendono un rendimento più elevato in considerazione del maggior rischio assunto e anche perché le politiche di investimento di un gran numero di investitori istituzionali impone loro di liberarsi di titoli non più investment grade. Non è detto poi che il default di uno stato sovrano si traduca necessariamente in una perdita totale per i sottoscrittori dei titoli, ai quali, è successo con il default della Grecia, può essere proposto uno “swap”, lo scambio con nuovi titoli, ma solo per una percentuale del valore nominale originario.