Forte rialzo dei tassi, valutazioni sotto pressione, volumi di transazioni in calo. Dal 2022 si è diffuso un dubbio: è la fine dell’età dell’oro del private equity? No, il private equity non è morto, ma sta uscendo da un ciclo eccezionale che ha segnato profondamente gli operatori. Da diversi mesi si moltiplicano i discorsi che annunciano la fine della sua età dell’oro, come se il recente rallentamento mettesse in discussione la stessa resilienza di questa asset class. Eppure, questa diagnosi non è nuova. La si osservava già regolarmente dopo lo scoppio della bolla Internet nel 2001, poi in seguito alla crisi finanziaria del 2008, in contesti ancora più incerti.
Il rallentamento osservato dal 2022 rientra in una logica classica di aggiustamento dopo uno shock macroeconomico, caratterizzato dal rapido aumento dei tassi, dall’irrigidimento delle condizioni di finanziamento e da un disallineamento tra le aspettative di acquirenti e venditori. Nessuno prevederebbe tuttavia la scomparsa dell’M&A (fusioni e acquisizioni) in un simile contesto.
Questa natura ciclica è al centro della performance. Negli ultimi vent’anni, le annate di investimento successive a shock macroeconomici figurano tra le più performanti, mentre quelle realizzate nella fase positiva del ciclo generano in media rendimenti più deboli. Ci troviamo oggi in una situazione paragonabile, con un mercato su un punto basso in termini di asset e valutazioni, ma in via di normalizzazione. Come in ogni fase di questo tipo, questo periodo agisce come un rivelatore. Le posizioni consolidate vengono rimesse in discussione, i vantaggi competitivi evolvono e la gerarchia dei gestori si trasforma.
Le piattaforme più specializzate, in particolare nel software e nell’intelligenza artificiale, dovrebbero continuare a catturare una quota significativa della creazione di valore, mentre gli approcci più generalisti saranno maggiormente sotto pressione. Tuttavia, il fondamento della sovraperformance del private equity non dipende dal ciclo. Si basa su un playbook collaudato, che consiste nell’identificare imprese ad alto potenziale, accompagnare team di gestione di qualità, strutturarne la crescita, consolidare mercati frammentati e apportare l’expertise e l’ecosistema del gestore per creare valore.
Questo quadro non è cambiato. Come spesso accade dopo uno shock, le condizioni di ingresso tornano a essere interessanti per gli investitori capaci di guardare a un orizzonte di lungo periodo. La questione non è quindi se il private equity sia morto, ma chi saprà cogliere la prossima fase di creazione di valore. Il private equity rimane un’industria ciclica nei volumi, strettamente correlata al mercato delle fusioni e acquisizioni, ma profondamente resiliente nella sua capacità di creare valore nel lungo termine.
*Managing Partner, Altaroc