
Compie 50 anni con i margini in crescita. Caviro, secondo produttore di vino italiano per fatturato, ma primo in Italia per quote di mercato, brinda all’ottima annata. I margini sono il tallone d’Achille delle cooperative vinicole, sottolinea Mediobanca. Ma Caviro, cooperativa agricola che domina il segmento mass market con il Tavernello, è riuscita a superare questo limite, intrinseco alla struttura finanziaria tipica del modello cooperativo. «Una delle leve è stato l’ingresso nella fascia premium e superpremium », racconta Sergio Dagnino, direttore generale Caviro. Spiega Dagnino: «Abbiamo costruito un portafoglio di marchi che vanno dal Veneto alla Toscana, cantine che possono fare leva sulle economie di scala del gruppo, ma che allo stesso tempo sono autonome, con propri enologi e specifiche strategie». Spalle da industriali, anima da artigiani. Così le Cantine Leonardo da Vinci produco Chianti premiati dal Gambero Rosso e Bereben, la Cantina di Montalcino guadagna la medaglia d’oro all’International Wine Challenge con il suo Brunello; Cesari, che vendeva il suo Amarone della Valpolicella già negli anni Settanta in cinque continenti, oggi è uno dei cento Opera Wine, i top italiani. Con 12mila viticoltori in 7 regioni e 31 cantine, Caviro, che ha il suo quartier generale tra Faenza e Forlì, è la più grande filiera vitivinicola italiana che si estende dal Friuli alla Sicilia. Un patrimonio di vitigni, dal Trebbiano allo Chardonnay, dal
Prosecco al Grillo specchio della ricchezza d’Italia. Le uve vengono spremute fino all’ultimo: Caviro Distillerie, infatti, recupera bucce, fecce e vinaccioli e li trasforma in materie prime e semilavorati per la farmaceutica, l’alimentare e il beverage. Lo stabilimento di Treviso, per esempio, è ai primi posti al mondo per la produzione di acido tartarico. Non si butta nulla. Caviro, che ha costituito una joint-venture con Herambiente e ha una centrale a biomasse e tre impianti a biogas, produce anche energia elettrica dalle potature e residui vari: «Lavoriamo 800mila tonnellate di sottoprodotti all’anno, 500mila vengono da aziende esterne, un volume pari a due volte l’Empire State Building», racconta Dagnino. «Un’economia circolare con tre anime distinte e autonome ma perfettamente integrate, è quello che vogliamo raccontare con il nuovo logo, lanciato quest’anno per rafforzare la nostra immagine», spiega ancora Dagnino. Il risultato: aumenta la redditività e cala il debito, oggi a livelli di una società “investment grade”. Cala, leggermente il fatturato. In parte per la discesa del prezzo del petrolio al quale è agganciato l’andamento dell’alcol, che ha fatto crollare il valore della distillazione. In parte per una diversa allocazione del conto economico. Alla base di tutto c’è il Tavernello. Quando è nato, era bianco Trebbiano o rosso Sangiovese, prodotto dall’allora Corovin, che poi nel 1984 si è fusa con Caviro, portando il Tavernello, inventore del brik, in dote al colosso di Faenza. Nel nome rievoca la taverna, l’osteria dove si mangia e beve roba alla buona e a basso prezzo. Studiato a tavolino da un’agenzia di comunicazione in anni in cui ancora l’Italia era considerata la damigiana del mondo. Fa storcere il naso ai cultori della materia, ma questo marchio è diventato un vero brand, il più famoso al mondo, un brand di vino quotidiano, legato alla sicurezza, alla qualità. Non a caso il grande boom lo fa registrare durante lo scandalo del vino al metanolo. L’inventore del brik, con il fratello Castellino è finito nelle recensioni di Bibenda, che ha scoperto anche un passaggio in barrique. La nuova tappa è spingere sull’export. Oggi è il 29% del fatturato, realizzato in 70 paesi. «Vogliamo arrivare al 40%», afferma Dagnino. Gli investimenti puntano alla crescita sui mercati più promettenti, Usa e Cina in testa. A lato, il direttore generale di Caviro Sergio Dagnino Qui sopra, il nuovo logo del gruppo cooperativo
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