
Li hanno chiamati “Brunello bond”, peccato che non vengano effettivamente emessi sul mercato privato, considerati i rendimenti record che potrebbero garantire, con una rivalutazione tripla rispetto al valore di partenza. Un triplo salto che si realizza tra le giacenze di cantina e il prodotto finito, affinato e imbottigliato.
Il valore aggiunto
L’idea di calcolare il “valore aggiunto” che si genera dalla vigna all’etichetta è del Consorzio del Brunello di Montalcino, Siena. A pochi giorni dalla presentazione dell’attesa annata 2015 a “Benvenuto Brunello” (21-24 febbraio), il Consorzio ha diffuso la mappa delle quotazioni, elaborando i dati sulle giacenze di vino sfuso nelle cantine, dati di Valoritalia, società di certificazione autorizzata dal Mipaff, ministero per le politiche agricole e forestali, per il controllo e la certificazione dei vini.
Nei caveau delle 300 aziende produttrici di Montalcino sono conservati in botte 340mila ettolitri delle ultime 5 annate. Giacenze di cantina può suonare negativo, ma non per una delle Docg più famose del mondo: al contrario di altre denominazioni, il vino sfuso qui non fa paura, perché una volta imbottigliato il mercato lo assorbirà al al 100%, dicono al Consorzio. Queste giacenze valgono circa 400 milioni di euro, grazie alla supervalutazione del proprio sfuso, che arriva fino a 1.200 euro per ettolitro. Dopo l ’imbottigliamento e considerando le quotazioni dell’annata 2014, il valore del prodotto finito salirà del triplo, fino a superare quota 1,2 miliardi di euro. Un trend che misura la temperatura del brand. «Negli ultimi venti anni, il mercato del vino è diventato incredibilmente più stratificato, e il gap tra vini da tavola e “vini icone” è aumentato», commenta Karl Storchman, docente al dipartimento di economia della New York University, tra i fautori della Aawe, american association of wine economists.
I Brunello bond contribuiscono ad aumentare l’allure che circonda la viticoltura e le etichette di questo territorio, sul quale si è appuntata l’attenzione di Lvmh, gigante francese del lusso. Il gruppo di François Arnault ha in corso trattative per rilevare Castello Banfi, un vero e proprio borgo vitivinicolo nel cuore di Montalcino, con un relais tra i più belli al mondo. L’indiscrezione è di Winenews.it, polo multimediale che ha proprio sede a Montalcino. Si tratta ancora solo di una trattativa in via di definizione. Se andasse in porto il deal le quotazioni di vigne e vino schizzerebbero ancora più in alto. Lvmh, lo ricordiamo, ha in portafoglio le etichette più pregiate, dagli champagne Dom Perignon e Krug, ai Bordeaux di Cheval Blanc.
Il territorio, il legame con il luogo di produzione è la potente arma che l’Italia, ricca di vitigni autctoni e di territori di vino, ha per competere con la concorrenza straniera, a partire dagli australiani e cileni. «Montalcino nel 1984 aveva poco più 200 ettari di vigneto e un ristorante, le case diroccate e i turisti avevano paura di avventurarsi in questo posto diroccato», ama ricordare Lamberto Frescobaldi, presidente Marchesi de’ Frescobaldi, storici produttori di Brunello.
Oggi, grazie al Brunello, diventato un brand di territorio, Montalcino ha più di duemila ettari vitati, i terreni sono aumentati e gli stranieri fanno la fila tra ristoranti e hotel. Nel 2018 si sono contate quasi 200mila presenze, in un comune di soli 6mila abitanti, dicono i dati Nomisma-Wine Monitor.
Secondo winenews.it, il valore per ettaro dei vigneti tocca quasi quota 1 milione di euro, per un valore complessivo di oltre 2 miliardi di euro. Il 4.500% in più rispetto a cinquant’anni fa. Le quotazioni dei vigneti di Montalcino sono simili a quelle del Prosecco. Ma la strategia di sviluppo territoriale è agli antipodi. Il Prosecco sta estendendo sempre di più la produzione per far fronte al boom di vendite all’estero dovute ai prezzi competitivi per bollicine facili da bere. A Montalcino è avvenuto il contrario.
Denominazione in equilibrio
«L’economia della nostra denominazione si mantiene in equilibrio - ha spiegato il presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino, Fabrizio Bindocci -, gli imprenditori fanno a gara sul terreno della qualità e non sui prezzi, gli amministratori da tempo perseguono politiche di lungo termine, come quella del contingentamento a 2.100 ettari dell’area vitata Docg, mai modificata dal 1997. Oggi, il nostro sfuso vale il quadruplo rispetto alla crisi del 2010 e l’imbottigliato raggiunge quotazioni più che soddisfacenti, due elementi questi in grado di remunerare bene tutta la filiera».
Lvmh non è l’unico francese ad aver messo gli occhi su questo angolo di Toscana. Il gruppo Epi, della famiglia Descours, ha comprato lo scorso anno la Tenuta Greppo di Biondi Santi, considerata la “culla” del Brunello.
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