Nel 2021 erano oltre 20mila i lavoratori domestici italiani under 30, un dato in crescita del 40,8% rispetto al 2012, quando arrivavano a 14mila. Per molti giovani negli ultimi dieci anni questo impiego ha rappresentato un nuovo modo per entrare nel mondo del lavoro: in poco tempo, la componente autoctona è così passata dal 9,9% al 29,9% del totale.
Contemporaneamente, si assiste a un fenomeno opposto sul fronte lavoratori stranieri under 30: dal 2012 al 2019 la progressione è stata decrescente, in diminuzione del 64%, trend invertito solo negli ultimi due anni a seguito delle procedure di emersione attuate durante la prima fase della pandemia. A raccontarlo è il IV Rapporto annuale dell’Osservatorio Domina, che tratteggia la situazione del lavoro domestico in Italia: a fine 2021 erano 68mila i giovani impiegati regolari in questo settore, pari al 7,1% del totale, un dato che, anche come risultato delle due spinte opposte di lavoratori italiani e stranieri, è tornato a crescere dal 2020, dopo anni in cui si registrava una continua diminuzione del peso dei giovani.
“Il lavoro domestico rappresenta non solo una necessità per le famiglie italiane ma anche, specialmente nei momenti di crisi economica, un’opportunità di lavoro per i giovani”, spiega Lorenzo Gasparrini, segretario generale di Domina. “Non si tratta solo di stranieri, ma anche di giovani italiani. In particolare, nelle regioni del Sud caratterizzate da un alto tasso di disoccupazione giovanile, può rappresentare un ambito di lavoro sicuro, formativo e duraturo”.
A sceglierlo sono state soprattutto le donne, che rappresentano l’83% del totale. Il 55,6% dei domestici italiani è inquadrato come colf, mentre il 44,4% come badante. L’Osservatorio stima che il guadagno medio si aggiri attorno ai 3.600 euro l’anno: il 56% lavora meno di 19 ore a settimana, un lavoratore su due ha un contratto che non supera i 6 mesi. Solo il 6% supera i 10mila euro di retribuzione annua.
La maggior parte di questi lavoratori si trova al Sud (46%), dove la disoccupazione giovanile è un fenomeno più radicato. Passando al valore assoluto, emergono Sardegna (3,5 mila), dove l’81,9% dei lavoratori domestici ha cittadinanza italiana, seguita da Lombardia (2,4 mila) e Lazio (2mila). Mappando l’incidenza dei lavoratori italiani sul totale, al Sud arriva all’8,5% contro il 6% del Nord e il 6,8% del Centro. Svettano Calabria (10,8%), Sardegna (8,9%) e Sicilia (8,7). Di contro, il fenomeno è basso in Veneto (5,1%), Friuli-Venezia Giulia (5,5%) ed Emilia-Romagna (5,6%).
Situazione diversa per i giovani lavoratori stranieri, che erano oltre 48 mila nel 2021: c’è assoluta parità tra uomini e donne e nella maggior parte dei casi si tratta di colf (70%). Rispetto agli italiani guadagnano di più (mediamente 5.500 euro annui), ma il 46% lavora dalle 25 alle 29 ore a settimane e il 64% ha dichiarato nel 2021 almeno 6 mesi di lavoro. Il 61% si trova nelle regioni del Nord.