Anche la Coca-Coca tradisce la Casa Bianca? L'operazione miliardaria al varo del più americano dei marchi sembra confermarlo. In gergo tecnico - o forse è un eufemismo da commercialisti - si chiama inversione fiscale. Una fusione che permette a chi la fa di spostare un po' di proventi in aree del mondo in cui si pagano meno tasse. Tendenza molto in voga negli Usa recenti: tanto che lo sciovinismo di parte del Congresso e le pressioni dell'amministrazione di Barack Obama hanno tentato di arginare le crescenti operazioni di fuga dal dollaro. I colossi farmaceutici Pfizer e Walgreens sono solo due nomi tra i più illustri che ci hanno provato, ma sono stati caldamente invitati a desistere. La concorrenza fiscale di alcuni paesi europei, come Olanda e Regno Unito, li ha quasi trasformati in paradisi fiscali (anche le italiane Fca e Lottomatica-Igt ne sanno qualcosa). Più grandi, legali, efficienti dei vari Stati francobollo e isole off shore. Nei dati Doing Business 2014, l'aliquota fiscale sulle imprese negli Usa è da sette anni attorno al 39%, mentre nello stesso periodo la Gran Bretagna l'ha ridotta dal 30 al 20%. Coca-Cola ha fuso i suoi tre principali imbottigliatori europei per semplificare produzione e limare i costi: l'imbottigliatore statunitense con licenza esclusiva sull'Europa Occidentale si sposerà con le colleghe iberica e tedesca. Già che ci sono, hanno deciso di domiciliare il gruppo nel Regno Unito e quotarsi ad Amsterdam, New York e Madrid. Tutto legale. L'anno scorso Obama sbottò: "Non mi importa se è legale, è sbagliato". Così studia nuove leggi per complicare la vita agli "inversori".