Per la terza volta si è verificato il caso di una lista Assogestioni che prende la maggioranza dei voti in assemblea ma poi non ha gli uomini da inserire nel consiglio di amministrazione. Il primo caso risale a due anni fa quando all'assemblea Telecom la lista dei fondi prese più voti della lista Telco, quella preparata da Mediobanca che aveva governato la società dal 2007 in poi. Poichè nella lista Assogestioni c'erano solo tre nomi, questi entrarono in consiglio ma per gli altri si dovette procedere a nominare quelli della lista Telco votando i nomi in assemblea uno per uno. La sostanza è che il governo dell'azienda è stato affidato per due anni a chi non aveva ricevuto il consenso dei soci. Sicuramente un'anomalia, che dura ancor oggi con un cda di 16 membri in cui sono entrati quattro consiglieri espressi dall'azionista di riferimento e che hanno poi deciso di cambiare l'amministratore delegato. Poi nel 2015 la stessa anomalia è capitata anche a Unicredit, ma in quel caso lo statuto già prevedeva che si potesse pescare dalla lista di maggioranza ma diventata minoranza in assemblea per formare il consiglio. E poi sabato 2 aprile è successo all'Ubi, dove la lista dei fondi ha ricevuto il 51% dei voti mentre la lista del patto di sindacato è risultata in minoranza. Ma anche qui a governare la banca saranno gli uomini che aveva indicato il patto, sebbene non vi sia stata alcuna sfiducia nei confronti del management.
Che conclusioni si possono trarre da questi tre casi? Innanzitutto che il mercato, cioè gli investitori istituzionali stanno diventando sempre più presenti e sempre più forti nelle società quotate italiane. Senza un allineamento con gli interessi del mercato anche delibere di secondo piano come quelle sulla remunerazione del management rischiano di schiantarsi. Secondo, che occorrono nuove regole di governance per introdurre la possibilità di una lista del management, sul modello delle public companies anglosassoni, normalmente molto votate dagli investitori istituzionali. La controindicazione sarebbe quella di assegnare troppo potere ai manager, come l'esperienza americana insegna. Ma è un rischio che si può correre in un paese in cui il bello e il cattivo tempo lo hanno sempre fatto gli azionisti senza capitali che si appoggiavano alle partecipazioni incrociate. E terzo, si spera che il caso Ubi non faccia rialzare la testa a chi diceva che le banche popolari, legate al territorio, rischiano di finire nelle braccia dei fondi speculativi internazionali. Certo un hedge fund non ha le stesse logiche di un fondo che investe a lungo periodo, ma sicuramente la maggioranza delle assemblee in mano ai fondi è una rivoluzione copernicana in grado di scardinare fin dalle fondamenta il funzionamento del mondo delle popolari. Bisogna vedere se le roccaforti dei soci dipendenti di Bpm e di Banco Popolare, prossime alla fusione, non si spaventino dal caso Ubi e alzino le barricate nell'ultima assemblea in cui conteranno qualcosa.
Che conclusioni si possono trarre da questi tre casi? Innanzitutto che il mercato, cioè gli investitori istituzionali stanno diventando sempre più presenti e sempre più forti nelle società quotate italiane. Senza un allineamento con gli interessi del mercato anche delibere di secondo piano come quelle sulla remunerazione del management rischiano di schiantarsi. Secondo, che occorrono nuove regole di governance per introdurre la possibilità di una lista del management, sul modello delle public companies anglosassoni, normalmente molto votate dagli investitori istituzionali. La controindicazione sarebbe quella di assegnare troppo potere ai manager, come l'esperienza americana insegna. Ma è un rischio che si può correre in un paese in cui il bello e il cattivo tempo lo hanno sempre fatto gli azionisti senza capitali che si appoggiavano alle partecipazioni incrociate. E terzo, si spera che il caso Ubi non faccia rialzare la testa a chi diceva che le banche popolari, legate al territorio, rischiano di finire nelle braccia dei fondi speculativi internazionali. Certo un hedge fund non ha le stesse logiche di un fondo che investe a lungo periodo, ma sicuramente la maggioranza delle assemblee in mano ai fondi è una rivoluzione copernicana in grado di scardinare fin dalle fondamenta il funzionamento del mondo delle popolari. Bisogna vedere se le roccaforti dei soci dipendenti di Bpm e di Banco Popolare, prossime alla fusione, non si spaventino dal caso Ubi e alzino le barricate nell'ultima assemblea in cui conteranno qualcosa.