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Il mercato internazionale scopre Milano

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Negli ultimi giorni la stampa internazionale sta celebrando Milano quale nuova destinazione per l’arte. L’autorevole gallerista austriaco Thaddaeus Ropac, con sedi in Europa e in Asia, in autunno ne aprirà una anche in città; rappresenta campioni dell’espressionismo e dell’arte concettuale, in primis Robert Rauschenberg, e giovani ultra-contemporanei, vedi Adrian Gehnie. La sede sarà palazzo Belgiojoso, che dal 2022 al 2024 ha ospitato la galleria Peres Projects e, prima ancora, Massimo De Carlo, attivo dal 1987, ora in varie metropoli. Sono quasi due secoli che Milano è la capitale del mercato italiano, per la presenza di una borghesia amante dell’arte, degli artisti delle avanguardie e dei bei musei; i dealer ne hanno sempre subito il fascino elegante: fin dal 1985, quella che sarebbe diventata la fiera di Miart, aveva stand internazionali e, tra gli anni Novanta e i Duemila, altri hanno avuto sedi stabili affacciate sul pavé, come Karsten Greve. Piccola ma no…

Negli ultimi giorni la stampa internazionale sta celebrando Milano quale nuova destinazione per l’arte. L’autorevole gallerista austriaco Thaddaeus Ropac, con sedi in Europa e in Asia, in autunno ne aprirà una anche in città; rappresenta campioni dell’espressionismo e dell’arte concettuale, in primis Robert Rauschenberg, e giovani ultra-contemporanei, vedi Adrian Gehnie. La sede sarà palazzo Belgiojoso, che dal 2022 al 2024 ha ospitato la galleria Peres Projects e, prima ancora, Massimo De Carlo, attivo dal 1987, ora in varie metropoli. Sono quasi due secoli che Milano è la capitale del mercato italiano, per la presenza di una borghesia amante dell’arte, degli artisti delle avanguardie e dei bei musei; i dealer ne hanno sempre subito il fascino elegante: fin dal 1985, quella che sarebbe diventata la fiera di Miart, aveva stand internazionali e, tra gli anni Novanta e i Duemila, altri hanno avuto sedi stabili affacciate sul pavé, come Karsten Greve. Piccola ma non claustrofobica, sicura e ultra-chic, rispetto alle altre grandi capitali dell’arte ha costi più bassi e appare come un bengodi sia per i grandi patrimoni stranieri, attratti anche da un regime fiscale favorevole, sia per gli italiani che lavoravano nella City e che la Brexit ha fatto rientrare; hotel e club esclusivi aprono uno via l’altro e la Galleria Vittorio Emanuele con il quadrilatero della moda non è mai stata così affollata. Da una parte, quindi, una nuova Milano da bere che parla (bene) inglese, dall’altra il visibile disinvestimento delle case d’asta internazionali, le vendite poco soddisfacenti delle aste italiane e delle gallerie dagli interessi nazionali, non sostenute dalla debolezza strutturale del mercato locale, appesantito dalle norme e da un’Iva non competitiva. Chi opera nella dimensione nazionale e nel segmento medio arretra, lasciando spazio a chi è globalizzato e connesso alle dimensioni del lusso.

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