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Il clamoroso boomerang della tassa sui pacchi è un balzello che fa male a tutti

I due euro sulle piccole spedizioni stanno affossando le importazioni, gli hub aeroportuali e la logistica senza portare alcun contributo al gettito
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Che “pacco”, questa tassa sui pacchi. Partorita dalla fertile fantasia del pubblicano italiota, che per prassi bastona il già tartassato ma non riscuote mai l’evaso, questa imposta è l’ultima entrata nel nostro già vasto bestiario fiscale.

E ha già un grande avvenire dietro le spalle. Nei decenni, in questa sciagurata “Nazione” — come piace dire ai patrioti al comando — abbiamo spremuto sempre i soliti noti (lavoratori dipendenti) e condonato i soliti ignoti (lavoratori autonomi). Ma abbiamo anche tassato praticamente tutto. I telefonini e i gradini, le insegne e le paludi, l’ombra e il cane. Ci siamo consolati, sapendo che in Uganda tassano le flatulenze dei bovini e in Venezuela il respiro degli umani. Ma insomma, un po’ più di severità con gli infedeli e di razionalità sui principi non guasterebbe. Dunque, saremo pure ripetitivi, ma anche in questo caso non ci volevano “menti raffinate” per capire che il balzello da 2 euro sulle spedizioni di merci inferiori ai 150 euro provenien…

Che “pacco”, questa tassa sui pacchi. Partorita dalla fertile fantasia del pubblicano italiota, che per prassi bastona il già tartassato ma non riscuote mai l’evaso, questa imposta è l’ultima entrata nel nostro già vasto bestiario fiscale.

E ha già un grande avvenire dietro le spalle. Nei decenni, in questa sciagurata “Nazione” — come piace dire ai patrioti al comando — abbiamo spremuto sempre i soliti noti (lavoratori dipendenti) e condonato i soliti ignoti (lavoratori autonomi). Ma abbiamo anche tassato praticamente tutto. I telefonini e i gradini, le insegne e le paludi, l’ombra e il cane. Ci siamo consolati, sapendo che in Uganda tassano le flatulenze dei bovini e in Venezuela il respiro degli umani. Ma insomma, un po’ più di severità con gli infedeli e di razionalità sui principi non guasterebbe. Dunque, saremo pure ripetitivi, ma anche in questo caso non ci volevano “menti raffinate” per capire che il balzello da 2 euro sulle spedizioni di merci inferiori ai 150 euro provenienti da Paesi extra-europei (vedi Cina) sarebbe stato solo l’ennesimo, clamoroso caso di tafazzismo nazionale.

Nessuno guadagna, tutti ci perdono

Nessuno guadagna, tutti ci perdono: i consumatori, le imprese e l’Erario. Grazie a questo papocchio improvvisato e impacchettato all’ultimo momento dal Mef nella legge di bilancio, l’Italietta meloniana è davvero tornata «al centro della scena internazionale». Ma non nel senso che intende la Sorella d’Italia. Al contrario: siamo finiti sulla prima pagina del Financial Times, che riprende un articolo di Valentina Conte su Repubblica e lancia il warning chiaro e forte: occhio, la Giorgia-Tax sui pacchi sta affossando le importazioni di beni, gli hub aeroportuali e la filiera della logistica. Il tutto, senza portare alcun contributo all’aumento di gettito fiscale. Doveva portare nelle casse del Tesoro fino a 245 milioni già da quest’anno: invece, flop. Nel frattempo, nel primo mese di quest’anno il traffico delle spedizioni di merce sotto i 150 euro è crollato del 40 per cento rispetto al gennaio 2025. Ben scavato, vecchie talpe della destra che “non mette le mani nelle tasche degli italiani”. Prima del varo definitivo della manovra le associazioni di categoria avevano provato a dissuadere il ministro Giorgetti, sottolineando l’ovvio: lascia perdere, vedrai che per i colossi dell’e-commerce sarà uno scherzo aggirare la tassa. Non c’è stato niente da fare. Bisognava trovare una pezza da mettere sul buco dell’imposta sui dividendi delle società, che un pezzo di maggioranza all’ultimo momento ha preteso di cassare dal testo, sempre in base all’idea che le tasse sono “un pizzo di Stato”. Ma morta una tassa ne nasce subito un’altra, e così i sovranisti all’acqua pazza hanno scelto di colpire i pacchi. Mal gliene incolse.

I due trucchi possibili

Per gli operatori del settore eludere il balzello è un gioco da ragazzi. I due trucchi possibili li spiega il direttore generale di Confetra, Andrea Cappa. Primo trucco: basta spedire i pacchi in altri Stati dell’Unione — dalla Germania alla Francia, dall’Olanda all’Ungheria, dove la tassa ancora non c’è — e poi farli entrare in Italia a bordo dei Tir. Secondo trucco: i pacchi volano in aereo e atterrano in Italia, ma vengono sdoganati in un altro Paese europeo e poi ritrasferiti da noi sempre a bordo dei Tir. Al Financial Times la direttrice generale di Assoaeroporti, Valentina Menin, dice che «la tassa ha avuto un chiaro effetto boomerang», e che l’intero settore della logistica tricolore «sta perdendo business». Nei primi venti giorni di gennaio il numero dei pacchi da meno di 150 euro di valore è già diminuito del 36%. Solo Malpensa — scalo merci più importante del Belpaese dove arriva il 60% di tutti i beni spediti via aria — ha già perso 30 voli cargo, tutti dirottati altrove: Francoforte e Colonia, Parigi e Liegi, Amsterdam e Budapest. Alla fine della solfa, questa ennesima Giorgia-Tax fa solo danni, come sintetizza Cappa: «Noi non incassiamo il contributo, le merci entrano comunque, il traffico dei camion aumenta, l’inquinamento cresce, e intanto l’Italia perde traffico, occupazione e fatturato». Come se ne esce? Pare sia in atto un ripensamento: i geni della lampada di Forza Italia hanno in canna un emendamento sulla sospensione della tassa, in attesa che a introdurla sia l’intera Unione europea. Vedremo se passerà col solito decreto Milleproroghe, autentica discarica normativa dove ogni anno i governi buttano dentro la qualunque. Tipo l’ennesimo condono edilizio voluto dalla Lega. Peccato che alla fine sia saltato: nei giorni in cui l’intera Sicilia sprofonda nel fango, sarebbe stato il “pacco dei pacchi”.

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