Come in ogni arietta da fine impero che si rispetti, anche per il potere meloniano arriva il momento di “Incitatus”. Chi era costui lo raccontano gli storici Svetonio e Cassio Dione. Era il famoso cavallo che Caligola, ormai a corto di fiato e di futuro, voleva nominare senatore e addirittura console. Non fidandosi più dei membri del Senato di Roma, il despota capitolino preparava la nomina del quadrupede trattandolo da gran signore: una stalla di marmo, una coperta di porpora e una mangiatoia d’avorio. Chi saranno i prossimi “Incitatus” dell’imperatrice Giorgia, in questo mesto scampolo di fine legislatura che la vede declinare insieme alla sua corte, in mezzo a traffici loschi, trame partitiche e tresche amorose? Tra i danni collaterali della disfatta referendaria c’è anche questo: incerta sulla tenuta stessa del suo governo, la premier vuole accelerare il rinnovo delle cariche nelle aziende partecipate dallo Stato.
Il colore della maglia
E, stavolta più di sempre, l’unica regola …
Come in ogni arietta da fine impero che si rispetti, anche per il potere meloniano arriva il momento di “Incitatus”. Chi era costui lo raccontano gli storici Svetonio e Cassio Dione. Era il famoso cavallo che Caligola, ormai a corto di fiato e di futuro, voleva nominare senatore e addirittura console. Non fidandosi più dei membri del Senato di Roma, il despota capitolino preparava la nomina del quadrupede trattandolo da gran signore: una stalla di marmo, una coperta di porpora e una mangiatoia d’avorio. Chi saranno i prossimi “Incitatus” dell’imperatrice Giorgia, in questo mesto scampolo di fine legislatura che la vede declinare insieme alla sua corte, in mezzo a traffici loschi, trame partitiche e tresche amorose? Tra i danni collaterali della disfatta referendaria c’è anche questo: incerta sulla tenuta stessa del suo governo, la premier vuole accelerare il rinnovo delle cariche nelle aziende partecipate dallo Stato.
Il colore della maglia
E, stavolta più di sempre, l’unica regola che conta nella selezione dei manager non è la competenza, il prestigio, lo standing: è solo il colore della “maglia”. Così si spiega l’assalto dei Fratelli d’Italia alle poltrone più appetite e riverite, che riflette il cambio di passo impresso alle nomine dalla devastante sconfitta sulla riforma della giustizia. Prima del voto, e nella prospettiva di una vittoria agevole del sì, a Palazzo Chigi sembrava prevalere la regola conservativa, almeno per le magnifiche tre, Eni, Enel e Leonardo: conferma di tutti gli amministratori delegati, e tutt’al più avvicendamenti indolore nelle presidenze. Dopo il trionfo del no, contrordine camerati: bisogna arraffare e occupare in fretta, prima che venga giù tutto. A quanto pare, dovrebbero scamparla i capi-azienda di Eni ed Enel. Claudio Descalzi è troppo prezioso per la Sorella d’Italia, visto il lavoro che ha fatto e sta facendo anche nell’ambito del Piano Mattei, mentre su Flavio Cattaneo al momento non ci sono veti di sorta. Ma la continuità non va oltre. Nasce così la becera offensiva dei patrioti su Leonardo, la gallina dalle uova d’oro della difesa tricolore. Nel mirino, oltre al presidente Stefano Pontecorvo, c’è adesso anche il ceo Roberto Cingolani. Proprio lui, l’ex ministro della Transizione ecologia del governo Draghi, che tre anni fa proprio Meloni fece carte false per portare sulla tolda di comando della ex Finmeccanica, in barba a Guido Crosetto che invece puntava sul suo amico Lorenzo Mariani. Da allora, Cingolani ha portato in cassa un bel gruzzolo: nel 2025 i ricavi hanno sfiorato i 20 miliardi e il portafoglio ordini ne ha raggiunti 47,3, staccando lauti dividendi di 0,63 euro per azione e confermandosi una dei primi dieci gruppi di difesa integrata al mondo. Facile, nell’era della terza guerra mondiale “a pezzi”, come diceva Papa Francesco. Ma non così scontato. E in ogni caso, il colosso italiano specializzato in elicotteri e velivoli da combattimento ha staccato sempre ricche cedole: 0,63 euro per azione sull’esercizio 2025, e una stima di ulteriori dividendi di 1,3 miliardi nel triennio 2026-2028. L’azionista pubblico potrebbe e dovrebbe accontentarsi.
L’importanza del potere
Ma il punto non sono i soldi: è il potere, che per il partito dell’Underdog di Colle Oppio deve durare anche oltre la fine della legislatura e l’eventuale rivincita del campo largo. Così è partito l’insano tam tam sulla sostituzione di Cingolani, che a metà settimana ha fatto pure precipitare il titolo in Borsa. E nella logica del regolamento di conti interno a questo esecutivo di dilettanti allo sbaraglio, queste voci hanno creato l’ennesima frattura tra la premier e il ministro della Difesa, già “mascariato” dalla sua misteriosa vacanza a Dubai, e a quanto pare all’oscuro delle manovre sotterranee dell’inner circle meloniano. A dividere le fette più ghiotte della torta è sempre lui: Giovanbattista Fazzolari, il principe delle tenebre post-missine che dalle segrete stanze distribuisce posti e prebende per conto della “capa”. Ma perché dovremmo fidarci di uno così, per scegliere i vertici delle poche conglomerate rimaste nel Paese? Dicono le gole profonde che al posto di Cingolani il fido “Fazzo” vorrebbe intronare Alessandro Ercolani, country manager di Rheinmetall Italia. Vi pare congruo il salto da un’aziendina che fattura 70 milioni a un colosso da 20 miliardi? Per carità, c’è l’affinità industriale. Ma qui l’unico criterio che vale è la fedeltà personale. Pare che Ercolani condivida con Fazzolari le gaie sparatorie nei poligoni di tiro della Capitale. In questi tempi bui, una skill più che sufficiente per promuoverlo “Incitatus”.
Riceviamo e pubblichiamo
In data 7 aprile 2026 veniva pubblicato sul quotidiano la Repubblica un articolo a firma del giornalista Massimo Giannini, dal titolo: “I meloniani feriti accelerano sulle poltrone delle partecipate. Nel mirino i vertici di Leonardo”. All’interno del predetto articolo venivano attribuite all’ing. Alessandro Ercolani circostanze integralmente false nonché formulate espressioni gravemente denigratorie e lesive della sua reputazione personale e professionale. In particolare, si afferma, senza alcun riscontro fattuale, che l’ing. Ercolani condividerebbe con il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari “gaie sparatorie nei poligoni di tiro della Capitale”, circostanza totalmente falsa e mai verificatasi, non avendo mai l’ing. Ercolani frequentato poligoni di tiro. Inoltre, si accosta l’ing. Ercolani alla figura di “Incitatus”, cavallo dell’imperatore Caligola, con chiaro intento di rappresentarlo quale soggetto privo di competenze e indegno di incarichi apicali, mediante un’offesa del tutto gratuita e intenzionalmente umiliante. Si attribuisce a Rheinmetall Italia SpA (definita “un’aziendina”) un fatturato di 70 milioni mentre il suo fatturato è di ben oltre 300 milioni nel 2025, di 600 milioni nel 2026 a cui si aggiungono le responsabilità dell’ing. Ercolani sugli altri brand del gruppo in Italia, la joint venture insieme a Leonardo e un prestigioso incarico internazionale che porta la responsabilità del medesimo su un fatturato ben oltre il miliardo di euro. In Italia Rheinmetall impiega quasi 2000 persone a sostegno del territorio e della crescita occupazionale. Inoltre la società appartiene ad un gruppo industriale tedesco che fattura quasi 10 miliardi nel settore della Difesa, quotato alla Borsa di Francoforte e con valori di capitalizzazione tra i maggiori in Europa per il settore di riferimento.
Avvocato Fabio Garella