Quantitative easing, sei dubbi e tre condizioni per Draghi
Maurizio Ricci, di MAURIZIO RICCI
ROMA - La scommessa più facile che si possa fare, in questo momento, nella finanza mondiale riguarda il quantitative easing della Bce. I mercati sono sicuri che, il 22 gennaio, Francoforte annuncerà l'avvio di un massiccio rastrellamento di titoli, statali e non, per gonfiare la liquidità finanziaria europea. Ma la manovra continua a suscitare polemiche. Ecco i sei principali dubbi sul Qe all'europea, le relative risposte e le tre precondizioni perché funzioni.
Non ci sono alternative? Di fatto, si sono esaurite in questi mesi. I prestiti a tassi stracciati offerti alle banche con il Tltro sono rimasti senza richieste e gli acquisti di titoli diversi da quelli statali non muovono masse sufficienti di liquidità. Il Crédit Suisse calcola che, con gli strumenti già varati, il bilancio della Bce si allargherebbe, entro il 2015, di non più di 100 miliardi di euro, un decimo della cifra che molti ritengono necessaria per avere un impatt…
Non ci sono alternative? Di fatto, si sono esaurite in questi mesi. I prestiti a tassi stracciati offerti alle banche con il Tltro sono rimasti senza richieste e gli acquisti di titoli diversi da quelli statali non muovono masse sufficienti di liquidità. Il Crédit Suisse calcola che, con gli strumenti già varati, il bilancio della Bce si allargherebbe, entro il 2015, di non più di 100 miliardi di euro, un decimo della cifra che molti ritengono necessaria per avere un impatt…
ROMA - La scommessa più facile che si possa fare, in questo momento, nella finanza mondiale riguarda il quantitative easing della Bce. I mercati sono sicuri che, il 22 gennaio, Francoforte annuncerà l'avvio di un massiccio rastrellamento di titoli, statali e non, per gonfiare la liquidità finanziaria europea. Ma la manovra continua a suscitare polemiche. Ecco i sei principali dubbi sul Qe all'europea, le relative risposte e le tre precondizioni perché funzioni.
Non ci sono alternative? Di fatto, si sono esaurite in questi mesi. I prestiti a tassi stracciati offerti alle banche con il Tltro sono rimasti senza richieste e gli acquisti di titoli diversi da quelli statali non muovono masse sufficienti di liquidità. Il Crédit Suisse calcola che, con gli strumenti già varati, il bilancio della Bce si allargherebbe, entro il 2015, di non più di 100 miliardi di euro, un decimo della cifra che molti ritengono necessaria per avere un impatto significativo sul credito e sull'economia.
La deflazione è colpa soprattutto del petrolio. Vero, ma questo cambia poco. I prezzi europei, anche scorporando l'energia, sono in traiettoria discendente e, da oltre un anno, la relativa inflazione non arriva all'1 per cento. Il crollo del barile, anche se temporaneo, rischia di incrostare nella testa della gente l'idea che i prezzi vadano solo all'ingiù. Le aspettative che rivelano le scelte degli operatori sui mercati e le risposte dei consumatori nei sondaggi coincidono nel prevedere ristagno o crollo dei prezzi.
I tassi d'interesse sono già bassi. A volte addirittura negativi, anche per l'attesa del Qe. Se i tassi sono già a zero a che serve abbassarli ancora con il rastrellamento dei titoli? Ma quello che conta non è il tasso nominale, ma quello reale. Con la deflazione sale, con un po' d'inflazione scende.
Si rischia la bolla. Se la Bce rastrella i titoli di Stato, che glieli vende (assicurazioni, fondi pensione, banche ecc.) comprerà altri titoli, facendone salire il prezzo. Ma questo è esattamente lo scopo dell'operazione. Nell'attuale situazione europea, prima che le quotazioni dei beni mobili e immobili escano fuori controllo, troppo tempo deve passare.
La strettoia delle banche. Al contrario che in Usa o in Inghilterra (ma come in Giappone) finanza e credito europei sono dominati dalle banche che, si è visto in questi anni, non si mobilitano neanche a gonfiarle di liquidità. Ma il Qe non è fatto di prestiti, da restituire. Gli acquisti di titoli e i conseguenti rialzi di prezzi sono stabili e accrescono il valore degli accantonamenti e del capitale delle banche, liberando, in via duratura, risorse da destinare al credito alle imprese e alle famiglie.
L'euro si deprezza. Magari, rispondono in coro le imprese esportatrici. L'effetto, peraltro, potrebbe essere transitorio. Con la ripresa della crescita europea e un rianimarsi di inflazione e tassi di interesse, l'Europa potrebbe attrarre capitali in misura tale da riapprezzare la moneta comune.
Ma il Qe è davvero il bazooka di cui ha bisogno l'Europa per sconfiggere la crisi? La scorsa estate, il Fmi ha fatto circolare una sorta di prontuario delle precondizioni di un Qe di successo. Primo, deve essere gestito e manovrato dalla banca centrale, non a discrezione della buona volontà delle banche di servirsene o meno. Qui, quasi certamente ci siamo. Sulle altre due precondizioni, tuttavia, a Francoforte si discute ancora accanitamente. La seconda precondizione, infatti, dice il Fmi, prevede l'acquisto di titoli altre la scadenza di tre anni, per dare respiro, fiato, orizzonte all'iniezione di liquidità. Qui, i falchi anti-Qe potrebbero imporre paletti controproducenti.
Ma il punto chiave è l'ultimo. Gli acquisti, perché l'operazione sia credibile e indirizzi stabilmente l'orientamento dei mercati, non devono prevedere tetti, limiti o scadenze. La Bce deve dire che continuerà a comprare titoli finché l'inflazione non avrà raggiunto l'obiettivo del 2 per cento. E qui, la Bundesbank è pronta alle barricate e Draghi potrebbe non avere la forza per scavalcare le obiezioni. Si parla di un'operazione limitata a 500 miliardi di euro, mille miliardi nel caso più ambizioso. Il Qe della Fed ha funzionato, ma in America non si è mai parlato di tetti o paletti e, alla fine, gli acquisti sono arrivati a 4.500 miliardi di dollari. Il rischio è che il bazooka della Bce si riveli, per l'ennesima volta, una pistola ad acqua.
Non ci sono alternative? Di fatto, si sono esaurite in questi mesi. I prestiti a tassi stracciati offerti alle banche con il Tltro sono rimasti senza richieste e gli acquisti di titoli diversi da quelli statali non muovono masse sufficienti di liquidità. Il Crédit Suisse calcola che, con gli strumenti già varati, il bilancio della Bce si allargherebbe, entro il 2015, di non più di 100 miliardi di euro, un decimo della cifra che molti ritengono necessaria per avere un impatto significativo sul credito e sull'economia.
La deflazione è colpa soprattutto del petrolio. Vero, ma questo cambia poco. I prezzi europei, anche scorporando l'energia, sono in traiettoria discendente e, da oltre un anno, la relativa inflazione non arriva all'1 per cento. Il crollo del barile, anche se temporaneo, rischia di incrostare nella testa della gente l'idea che i prezzi vadano solo all'ingiù. Le aspettative che rivelano le scelte degli operatori sui mercati e le risposte dei consumatori nei sondaggi coincidono nel prevedere ristagno o crollo dei prezzi.
I tassi d'interesse sono già bassi. A volte addirittura negativi, anche per l'attesa del Qe. Se i tassi sono già a zero a che serve abbassarli ancora con il rastrellamento dei titoli? Ma quello che conta non è il tasso nominale, ma quello reale. Con la deflazione sale, con un po' d'inflazione scende.
Si rischia la bolla. Se la Bce rastrella i titoli di Stato, che glieli vende (assicurazioni, fondi pensione, banche ecc.) comprerà altri titoli, facendone salire il prezzo. Ma questo è esattamente lo scopo dell'operazione. Nell'attuale situazione europea, prima che le quotazioni dei beni mobili e immobili escano fuori controllo, troppo tempo deve passare.
La strettoia delle banche. Al contrario che in Usa o in Inghilterra (ma come in Giappone) finanza e credito europei sono dominati dalle banche che, si è visto in questi anni, non si mobilitano neanche a gonfiarle di liquidità. Ma il Qe non è fatto di prestiti, da restituire. Gli acquisti di titoli e i conseguenti rialzi di prezzi sono stabili e accrescono il valore degli accantonamenti e del capitale delle banche, liberando, in via duratura, risorse da destinare al credito alle imprese e alle famiglie.
L'euro si deprezza. Magari, rispondono in coro le imprese esportatrici. L'effetto, peraltro, potrebbe essere transitorio. Con la ripresa della crescita europea e un rianimarsi di inflazione e tassi di interesse, l'Europa potrebbe attrarre capitali in misura tale da riapprezzare la moneta comune.
Ma il Qe è davvero il bazooka di cui ha bisogno l'Europa per sconfiggere la crisi? La scorsa estate, il Fmi ha fatto circolare una sorta di prontuario delle precondizioni di un Qe di successo. Primo, deve essere gestito e manovrato dalla banca centrale, non a discrezione della buona volontà delle banche di servirsene o meno. Qui, quasi certamente ci siamo. Sulle altre due precondizioni, tuttavia, a Francoforte si discute ancora accanitamente. La seconda precondizione, infatti, dice il Fmi, prevede l'acquisto di titoli altre la scadenza di tre anni, per dare respiro, fiato, orizzonte all'iniezione di liquidità. Qui, i falchi anti-Qe potrebbero imporre paletti controproducenti.
Ma il punto chiave è l'ultimo. Gli acquisti, perché l'operazione sia credibile e indirizzi stabilmente l'orientamento dei mercati, non devono prevedere tetti, limiti o scadenze. La Bce deve dire che continuerà a comprare titoli finché l'inflazione non avrà raggiunto l'obiettivo del 2 per cento. E qui, la Bundesbank è pronta alle barricate e Draghi potrebbe non avere la forza per scavalcare le obiezioni. Si parla di un'operazione limitata a 500 miliardi di euro, mille miliardi nel caso più ambizioso. Il Qe della Fed ha funzionato, ma in America non si è mai parlato di tetti o paletti e, alla fine, gli acquisti sono arrivati a 4.500 miliardi di dollari. Il rischio è che il bazooka della Bce si riveli, per l'ennesima volta, una pistola ad acqua.