Nonostante l'ottimismo ufficiale, l'Italia rischia di perdere la straordinaria opportunità offerta, all'inizio di questo 2015, dall'allinearsi di una serie di circostanze diverse, ma tutte ugualmente favorevoli. Il prezzo da pagare sarebbe continuare a fare i conti con l'austerità, imposta da Bruxelles e Berlino, perché il paese non riesce a liberarsi dal giogo di un debito pubblico crescente. Eppure, il vento soffia dalla parte giusta.
Il crollo del prezzo del petrolio allarga i margini di spesa e di investimento per imprese e consumatori. La discesa dell'euro favorisce le esportazioni e, per questa via, l'occupazione. L'allentamento monetario annunciato dalla Bce con il promesso rastrellamento di titoli di Stato spinge le banche ad allargare il credito. Tuttavia, per sfruttare fino in fondo il vento, l'Italia ha bisogno di uno scatto: quello che fanno intravedere, finora, gli indicatori della ripresa e dell'inflazione non basta.
Titolare di un rassicurante avanzo nei conti pubblici (al netto degli interessi) l'Italia, per tenere lontani i falchi dell'austerità ha bisogno di aggredire la montagna del debito pubblico, ormai oltre il 132 per cento del Pil, riducendo o, almeno, stabilizzando questo rapporto fra debito e prodotto interno. E' l'aritmetica a suggerire come fare. O si riduce il numeratore (cioè il debito), con problematiche privatizzazioni e nuovi dolorosi tagli di bilancio, che irrobustiscano l'avanzo. O si aumenta il denominatore (cioè il Pil), premendo la leva della ripresa. Più specificamente: per evitare che il rapporto debito/Pil aumenti, invece di diminuire, occorre che il pil nominale (cioè il pil reale più l'inflazione o meno la deflazione) aumenti più velocemente del costo degli interessi sul debito.
Ed è qui che l'ottimismo ufficiale si scontra con i dati. Sul fronte degli interessi su Bot e Btp, le notizie sono positive. Il tasso sui titoli decennali è sceso al record minimo di 1,62 per cento. Rispetto al febbraio di un anno fa abbiamo guadagnato due punti, circa 40 miliardi di euro di interessi da pagare in meno, secondo il calcolo di Goldman Sachs. Gli analisti prevedono che, per i prossimi cinque anni, i rendimenti non saliranno sopra il 2,5 per cento. In media, fra le varie scadenze, il debito pubblico italiano è costato al Tesoro, nel 2014, un tasso dell'1,35 per cento, mai così basso. L'obiettivo, dunque, è che il denominatore del rapporto con il debito (ovvero il Pil nominale) cresca più di questo 1,35 per cento. Ci siamo vicini? Niente affatto: ne siamo parecchio lontani.
Per il 2015, le previsioni sul Pil reale (a prescindere, cioè, dai movimenti dei prezzi) indicano una crescita fra lo 0,5 per cento (Bankitalia) e l'1 per cento (Confindustria). Basterebbe un'inflazione dello 0,5-1 per cento, da aggiungere al Pil reale, per arrivare all'1,5 per cento e stabilizzare il debito. Ma di questa inflazione non c'è traccia. Anzi, c'è la deflazione. Nel 2015 si prevede che l'indice dei prezzi scenda dello 0,2 per cento. Questo significa che il Pil nominale (il denominatore del rapporto debito/Pil) aumenterà dello 0,5 per cento meno 0,2, cioè dello 0,3 per cento nell'ipotesi Bankitalia e dello 0,8 per cento in quella più ottimistica. Non basta.
Non è, infatti, uno stallo temporaneo. Gli economisti della Federal Reserve, negli Usa, hanno provato a calcolare le aspettative di inflazione, in Europa. Per l'Italia, i mercati si aspettano, fra dieci anni, un'inflazione non superiore all'1 per cento. A tre anni, l'inflazione toccherebbe appena lo 0,1 per cento. Rispetto al periodo precedente l'annuncio del quantitative easing, il clima è più sereno. Ancora a inizio gennaio, i mercati prevedevano, per il nostro paese, una deflazione pari a meno 0,25 per cento, anche fra tre anni. Almeno, adesso, la previsione è positiva. Ma insufficiente. Se non parte davvero la ripresa l'Italia dovrà continuare a dar conto della zavorra del debito.
Il crollo del prezzo del petrolio allarga i margini di spesa e di investimento per imprese e consumatori. La discesa dell'euro favorisce le esportazioni e, per questa via, l'occupazione. L'allentamento monetario annunciato dalla Bce con il promesso rastrellamento di titoli di Stato spinge le banche ad allargare il credito. Tuttavia, per sfruttare fino in fondo il vento, l'Italia ha bisogno di uno scatto: quello che fanno intravedere, finora, gli indicatori della ripresa e dell'inflazione non basta.
Titolare di un rassicurante avanzo nei conti pubblici (al netto degli interessi) l'Italia, per tenere lontani i falchi dell'austerità ha bisogno di aggredire la montagna del debito pubblico, ormai oltre il 132 per cento del Pil, riducendo o, almeno, stabilizzando questo rapporto fra debito e prodotto interno. E' l'aritmetica a suggerire come fare. O si riduce il numeratore (cioè il debito), con problematiche privatizzazioni e nuovi dolorosi tagli di bilancio, che irrobustiscano l'avanzo. O si aumenta il denominatore (cioè il Pil), premendo la leva della ripresa. Più specificamente: per evitare che il rapporto debito/Pil aumenti, invece di diminuire, occorre che il pil nominale (cioè il pil reale più l'inflazione o meno la deflazione) aumenti più velocemente del costo degli interessi sul debito.
Ed è qui che l'ottimismo ufficiale si scontra con i dati. Sul fronte degli interessi su Bot e Btp, le notizie sono positive. Il tasso sui titoli decennali è sceso al record minimo di 1,62 per cento. Rispetto al febbraio di un anno fa abbiamo guadagnato due punti, circa 40 miliardi di euro di interessi da pagare in meno, secondo il calcolo di Goldman Sachs. Gli analisti prevedono che, per i prossimi cinque anni, i rendimenti non saliranno sopra il 2,5 per cento. In media, fra le varie scadenze, il debito pubblico italiano è costato al Tesoro, nel 2014, un tasso dell'1,35 per cento, mai così basso. L'obiettivo, dunque, è che il denominatore del rapporto con il debito (ovvero il Pil nominale) cresca più di questo 1,35 per cento. Ci siamo vicini? Niente affatto: ne siamo parecchio lontani.
Per il 2015, le previsioni sul Pil reale (a prescindere, cioè, dai movimenti dei prezzi) indicano una crescita fra lo 0,5 per cento (Bankitalia) e l'1 per cento (Confindustria). Basterebbe un'inflazione dello 0,5-1 per cento, da aggiungere al Pil reale, per arrivare all'1,5 per cento e stabilizzare il debito. Ma di questa inflazione non c'è traccia. Anzi, c'è la deflazione. Nel 2015 si prevede che l'indice dei prezzi scenda dello 0,2 per cento. Questo significa che il Pil nominale (il denominatore del rapporto debito/Pil) aumenterà dello 0,5 per cento meno 0,2, cioè dello 0,3 per cento nell'ipotesi Bankitalia e dello 0,8 per cento in quella più ottimistica. Non basta.
Non è, infatti, uno stallo temporaneo. Gli economisti della Federal Reserve, negli Usa, hanno provato a calcolare le aspettative di inflazione, in Europa. Per l'Italia, i mercati si aspettano, fra dieci anni, un'inflazione non superiore all'1 per cento. A tre anni, l'inflazione toccherebbe appena lo 0,1 per cento. Rispetto al periodo precedente l'annuncio del quantitative easing, il clima è più sereno. Ancora a inizio gennaio, i mercati prevedevano, per il nostro paese, una deflazione pari a meno 0,25 per cento, anche fra tre anni. Almeno, adesso, la previsione è positiva. Ma insufficiente. Se non parte davvero la ripresa l'Italia dovrà continuare a dar conto della zavorra del debito.