Economia

L'accordo Grecia-Ue taglia i ponti con il passato. Atene salti nella modernità

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L'austerità è finita. L'Europa è tuttora in mezzo a crisi, recessione, deflazione, disoccupazione. Ma l'ideologia di una gabbia dentro cui costringere i bilanci degli Stati, nella convinzione che più si stringe la cinghia, più in fretta e meglio si esce dalla crisi è alle spalle. Il ministro delle Finanze tedesco, Schaeuble che, al Bundestag, nel voto sul pacchetto greco, invoca la solidarietà europea per dire che tutti devono rinunciare a qualcosa per camminare insieme ne è la conferma ufficiale. La transizione iniziata con il passaggio delle consegne da Barroso a Juncker, a  Bruxelles, si era, in qualche modo, già conclusa nelle scorse settimane, con il superamento delle resistenze tedesche al varo del Quantitative easing (la strategia di rastrellamento di titoli di Stato da parte della Bce) e al via libera della Commissione ai bilanci fuori norma di Italia e Francia. L'accordo con Atene e il governo Tsipras si muove lungo la stessa direttrice.

A leggere i giornali e le stesse dichiarazioni di molti protagonisti, più o meno tutti all'insegna di Syriza all'angolo e Berlino trionfante, non si direbbe. Un cinico potrebbe osservare che la ragione è ovvia: la partita politica più delicata e decisiva, infatti, non si giocava ad Atene, fra Tsipras e la sua sinistra. Ma a Berlino, fra la Merkel e la sua destra, dentro e fuori il Bundestag. Una lettura nel segno della continuità favoriva i negoziatori tedeschi. La realtà, comunque, è molto più sfumata.

Come minimo, si può dire che la situazione greca è stata messa in uno stato di animazione sospesa, in attesa di essere chiarita, fra aprile e giugno, dando anche al governo Tsipras il tempo di guardarsi intorno e scendere nel dettaglio delle misure di politica economica. Ma, anche nell'accordo già firmato, alcune omissioni sono vistose e danno il senso della cesura con il passato. Il controllo e la tutela dei creditori (in sostanza, Europa e Fmi) sulle scelte del governo greco sono stati ribaditi, ma i paletti non ci sono più. Molti continuano a dire che Tsipras e Varoufakis si sono piegati ad accettare gli obiettivi concordati nel novembre 2012 fra la Troika e il governo greco di allora, ma nel documento firmato a Bruxelles, la scorsa settimana, non vengono fissati obiettivi - specificati nelle cifre - di bilancio. Al contrario, si dice che si terrà conto della situazione economica greca e dell'impatto che eventuali vincoli possono avere. Che è, più o meno, quello che hanno ottenuto Italia e Francia e quanto i critici dell'austerità hanno sempre rivendicato.

Scendere dall'obbligo di un attivo di bilancio (al netto degli interessi) del 4 per cento del Pil, fissato a suo tempo, significherebbe dare a Tsipras un po' di respiro per rilanciare l'economia e soddisfare alcune delle sue promesse elettorali. Difficile che ad opporsi sia il Fmi, da più parti indicato come il cane da guardia più attento, ma i cui economisti, in realtà, si sono più volte scusati per non aver capito che l'austerità avrebbe fatto svanire un quinto del  prodotto interno lordo della Grecia. Il nodo è altrove ed è, in misura non piccola, politico. Sono le riforme. I creditori sono probabilmente pronti - lo capiremo fra aprile e giugno - a consentire a Tsipras misure di sostegno sociale antipovertà (dagli sfratti all'assistenza sanitaria), se il governo greco compenserà in buona misura quelle spese con maggiori incassi dalla lotta all'evasione fiscale.

La Grecia ne uscirebbe come un paese più moderno ed efficiente. Più rigore c'è, invece, da aspettarsi su pensioni, contratti di lavoro e pubblico impiego, di cui il Fmi ha già esplicitamente parlato. C'è un accanimento un po' ideologico, da parte dell'establishment internazionale su questi terreni. Ma è anche vero che sono quelli i canali attraverso i quali, prima della crisi, il reddito pro capite dei greci è aumentato, in pochi anni, di quasi il 50 per cento, in larga misura grazie al debito pubblico. La faccia arcigna dei creditori sarebbe, peraltro, meno sgradevole e più credibile se, contemporaneamente, arrivasse agli armatori greci - la più grossa industria del paese - che minacciano di trasferirsi all'estero se Tsipras tasserà i loro profitti, oggi totalmente esenti dal fisco, un fermo altolà da parte delle autorità, delle istituzioni e dei politici europei.
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