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I burocrati di Bruxelles parlano tedesco: marginalizzati gli altri

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Una Gran Bretagna in via di marginalizzazione. Un'Italia in declino. La Francia che crolla. La Germania in ascesa inarrestabile. La Spagna che conquista posizioni. Vi sembra uno schizzo credibile dell'Europa e delle sue istituzioni negli ultimi quindici anni, diciamo dalla nascita dell'euro? E', in effetti, la storia che racconta un'analisi puramente numerica, realizzata dal centro studi Bruegel sulle posizioni di potere che le singole nazionalità occupano nella tecnocrazia di Bruxelles, vero cuore, motore, cervello dell'Europa comunitaria, al di là dei nomi e dei posti dei singoli commissari. E, dunque: capi e vice capi di gabinetto dei commissari, direttori generali e vicedirettori generali della commissione, capi delle commissioni del Parlamento europeo, direttori generali del Parlamento, capi dei gruppi parlamentari europei, presidenti del Consiglio europeo. E' la grande tecnostruttura permanente di istituzioni in cui i protagonisti design…
Una Gran Bretagna in via di marginalizzazione. Un'Italia in declino. La Francia che crolla. La Germania in ascesa inarrestabile. La Spagna che conquista posizioni. Vi sembra uno schizzo credibile dell'Europa e delle sue istituzioni negli ultimi quindici anni, diciamo dalla nascita dell'euro? E', in effetti, la storia che racconta un'analisi puramente numerica, realizzata dal centro studi Bruegel sulle posizioni di potere che le singole nazionalità occupano nella tecnocrazia di Bruxelles, vero cuore, motore, cervello dell'Europa comunitaria, al di là dei nomi e dei posti dei singoli commissari. E, dunque: capi e vice capi di gabinetto dei commissari, direttori generali e vicedirettori generali della commissione, capi delle commissioni del Parlamento europeo, direttori generali del Parlamento, capi dei gruppi parlamentari europei, presidenti del Consiglio europeo. E' la grande tecnostruttura permanente di istituzioni in cui i protagonisti designati - i politici - vanno e vengono e sono in sede (a Bruxelles e a Strasburgo) solo un paio di giorni a settimana.

Dicono appositi studi e anche i racconti dei protagonisti che, in realtà, quando uno sbarca a Bruxelles la provenienza nazionale scolora e l'interesse europeo prevale. Tuttavia, è difficile pensare che una sintonia psicologica e culturale con il paese in cui si è nati, i suoi valori e la sua storia, non resti. Si tratti dell'orrore tedesco per il debito, della propensione italiana ad addomesticare gli ostacoli, dell'orgoglio nazionale francese. Insomma, non in modo specifico, sui singoli dossier. Ma in chiave generale, come proiezione di quel paese a Bruxelles, la conquista di posti nella tecnocrazia comunitaria fornisce una spia dell'influenza di quel paese nelle istituzioni, assai più del numero di commissari, rigidamente lottizzato.

Oggi, l'influenza prevalente è tedesca. Nel senso che il maggior numero delle posizioni di spicco va alla Germania: 16 per cento dei capi e vicecapi di gabinetto, 11,6 per cento di direttori generali e vicedirettori. In Parlamento, il 16 per cento dei presidenti di commissione e il 20 per cento dei coordinatori a livello di gruppi parlamentari (le due posizioni dove si determinano l'agenda dei lavori e si delineano accordi e compromessi). In totale, quasi il 16 per cento di tutti i posti che contano. Dopo la Germania, viene la Gran Bretagna con l'11 per cento, poi l'Italia, appena sopra il 9 per cento, ma tallonata dalla Spagna, che ha scavalcato la Francia, ferma all'8 per cento.

Ma la fotografia dell'organigramma attuale non dà l'idea della dislocazione di potere all'interno delle istituzioni. Ci vuole il film. E lì si vede come la tecnostruttura europea abbia cambiato e stia ancora cambiando natura. La burocrazia di Bruxelles era soprattutto anglofrancese, ma non lo è più. Nel 1999 erano i tecnici venuti d'oltre Manica a egemonizzare gli uffici di peso, seguiti, a buona distanza,  da tedeschi e italiani e, ben indietro, da francesi e spagnoli. Gli anni dell'euro, il decennio in cui la moneta comune alimenta il sogno unitario, sono però gli anni della Francia. La presenza degli uomini di Parigi ai vertici della tecnostruttura aumenta bruscamente, dall'11 al 18 per cento, a scapito dell'Italia e dell'Inghilterra. Nel 2009, nessuno ha più uomini di Parigi ai vertici. Gli anni della grande crisi segnano una svolta brusca e netta. Il plotone dei tecnici francesi si dimezza: dal 17 all'8 per cento. Mentre continua inarrestabile l'emorragia di tecnici inglesi, probabilmente sempre meno attirati dall'Europa comunitaria. I britannici ai vertici sono, ormai, scesi a poco più dell'11 per cento. E gli italiani, ancora sopra l'11 per cento nel 2009, sono slittati al 9 per cento.

Non è il caso di leggere troppo in questi numeri. Il tecnico che ha seguito, fino a ieri, dal direttorato generale all'economia di Bruxelles, con occhio severo, critico e nessuna tentazione di fare sconti, le acrobazie dei vari governi italiani in materia di deficit e debito è un italiano, Marco Buti. Ma la mappa dei posti di potere, alla lunga, finisce per indicare il peso dei singoli paesi nelle istituzioni. E, viceversa, il peso e il fascino dell'Europa e della politica sovranazionale nei singoli paesi.