Economia

L'Eurozona cambia passo, sul tavolo eurobond e lotta alla disoccupazione

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Forse Cameron non l'aveva messo in conto. O, più semplicemente, pensava di perdere le elezioni. Ma l'ingranaggio messo in modo dal referendum inglese su una eventuale uscita dalla Ue rischia di finire nel modo peggiore possibile per Londra. E cioè con un'Inghilterra che rimane nell'Unione (così dicono, per ora, i sondaggi), dopo aver ottenuto qualche concessione marginale in materia di welfare agli immigrati. Ma in una Unione assai più forte e coesa, un attore politico a tutto tondo, sulle cui scelte Londra non avrebbe voce in capitolo, ma a cui, alla fine dovrebbe adeguarsi.

La dinamica messa in moto dallo strappo inglese sembra, infatti, già delineata. Una cortese apertura, almeno di facciata, verso le richieste inglesi di autonomia, ma contro bilanciata da un rafforzamento e da un arroccamento della zona euro che, se portato a compimento, relegherebbe Londra, Stoccolma e le altre capitali euroscettiche ad un ruolo marginale, appena più apprezzabile di quello che, oggi, nel dibattito europeo, svolge la Norvegia. Perché, mentre Londra pensa ad allentare i legami, sul continente pensano a rafforzarli, su una linea assai ambiziosa. Un Parlamento della zona euro, un bilancio comune, eurobond, interventi comunitari per alleggerire il peso di crisi e disoccupazione. Il segno che la lunga crisi aperta nel 2008 non è passata invano.

Il dibattito è appena iniziato, ma la chiave che gli fornisce la lettera dei due ministri dell'Economia, francese e tedesco, Emmanuel Macron e Sigmar Gabriel (due esponenti socialisti, ma l'impressione è che conti di più il loro ruolo nel governo) è netta e anche coraggiosa. Il testo pubblicato giovedì scorso su Repubblica e altri giornali europei riconosce, infatti, apertamente, che la crisi ha smascherato i difetti di costruzione dell'unione monetaria. Uno su tutti: le regole, oggi, sono solo quelle della disciplina di bilancio, quelle dell'austerità ad ogni costo. Le ha volute soprattutto Berlino, ma Gabriel, ora, fa intendere che si può guardare più avanti, verso quello che molti economisti hanno reclamato, fin dall'inizio. E, dunque, un bilancio comunitario, dotato di risorse proprie (attraverso una quota dell'imposta, finalmente, armonizzata, sulle società o la tassa sulle transazioni finanziarie, la Tobin Tax). Non solo. Il bilancio dovrebbe essere rimpolpato anche dalla "capacità di emettere obbligazioni".

I due ministri non se la sentono di nominare gli oggetti degli attacchi della Bundesbank, ma stiamo parlando degli Eurobond. E per fare che? Questo è il punto decisivo: "Mettere in campo stabilizzatori automatici e adattare la nostra politica di bilancio al ciclo economico". Come non nominano gli Eurobond, Gabriel e Macron evitano di entrare nei dettagli, ma stabilizzatori automatici e adattamento al ciclo economico possono significare una cosa sola: decisi interventi di stimolo della domanda e dell'economia, in chiave antidisoccupazione, a carico del bilancio comunitario. Quello che gli economisti hanno chiesto per anni e che, in questa crisi, è drammaticamente mancato.

E la Grecia? Significa finanziare a fondo perduto debiti sempre più insostenibili, si tratti di quello greco, piuttosto che italiano? Gabriel e Macron anticipano la critica, ipotizzando la creazione di un quadro giuridico che consenta di tagliare i debiti senza smantellare, come avverrebbe oggi, l'area euro. In sostanza, un ordinato default. Politicamente, a fronte di tutti questi strumenti di intervento, ci sarebbe un nuovo attore democratico: in sintesi, i deputati del Parlamento di Strasburgo in quota ai paesi dell'euro.

Macron parla sicuramente per conto di Hollande, ma Gabriel ha l'appoggio della Merkel? Alcune proposte sembrano indigeribili per la destra tedesca, ma la Cancelliera è sempre stata aperta ai discorsi su una maggiore integrazione. Non sarebbe una sorpresa scoprire che Berlino è pronta ad accettare eurobond e interventi antidisoccupazione, in cambio della possibilità di mettere il naso in modo assai più deciso nelle politiche di bilancio dei singoli paesi.