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Troppi debiti e tanta paura: la crisi non è finita

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Assicurare contro il default 10 milioni di dollari di obbligazioni della più grande banca del più importante paese europeo, ovvero la Deutsche Bank, costava, a Natale 200 mila dollari l’anno. Oggi, appena un mese dopo, ne costa 350 mila. Se l’aereo della ripresa economica mondiale non decolla, è perché non gli arriva il carburante: le banche razionano il credito, perché prima dovrebbero sgravare i bilanci di troppi debiti dubbi. L’Italia non è, infatti, l’unico paese ad avere le ali impiombate dai prestiti inaciditi. Vale per tutta Europa, per la Cina, anche per gli Usa. Gli economisti, in fondo, l’avevano previsto. E le Borse che, da settimane si stanno accanendo, non solo in Italia, contro il settore bancario, hanno raccolto la lezione.

L’ombra più pesante sta sopra la Cina, dove ci sarebbero 5-6 mila miliardi - l’equivalente di metà del prodotto interno lordo di un anno - di crediti i…
Assicurare contro il default 10 milioni di dollari di obbligazioni della più grande banca del più importante paese europeo, ovvero la Deutsche Bank, costava, a Natale 200 mila dollari l’anno. Oggi, appena un mese dopo, ne costa 350 mila. Se l’aereo della ripresa economica mondiale non decolla, è perché non gli arriva il carburante: le banche razionano il credito, perché prima dovrebbero sgravare i bilanci di troppi debiti dubbi. L’Italia non è, infatti, l’unico paese ad avere le ali impiombate dai prestiti inaciditi. Vale per tutta Europa, per la Cina, anche per gli Usa. Gli economisti, in fondo, l’avevano previsto. E le Borse che, da settimane si stanno accanendo, non solo in Italia, contro il settore bancario, hanno raccolto la lezione.

L’ombra più pesante sta sopra la Cina, dove ci sarebbero 5-6 mila miliardi - l’equivalente di metà del prodotto interno lordo di un anno - di crediti in sofferenza. Ma anche l’Europa ha i suoi fantasmi. Complessivamente, in Europa, i prestiti marciti superano i mille miliardi di euro. Il risultato della conseguente paralisi è il sistematico ridimensionamento delle prospettive di ripresa. La Commissione Ue ha tagliato lo sviluppo 2016, rispetto alle previsioni di soli tre mesi fa, all’1,7 per cento, praticamente uguale al 2015.

Gli Stati Uniti qualche scatto di ripresa lo hanno conosciuto e le banche, complessivamente, sono sane. Ma le speranze che potesse essere l’America a trainare l’economia mondiale si riducono con il passare delle settimane. A fine 2015, l’economia ha scalato la marcia fino allo 0,7 per cento, l’industria manifatturiera è in recessione, i servizi (due terzi dell’economia americana) si espandono, ma in vistoso rallentamento: occupazione ed export sono in calo. L’occupazione complessiva cresce, ma meno di prima. Nei discorsi dei pessimisti a oltranza prende corpo l’ipotesi di una recessione a fine anno. I mercati finanziari Usa stanno dando per scontato una stretta sul credito bancario, ma, negli Stati Uniti, il problema è nei bilanci delle grandi aziende che, nonostante i profitti consistenti di questi anni, preferiscono star seduti su montagne di contanti, piuttosto che investire.

Per una volta, gli economisti non sono colti di sorpresa. Kenneth Rogoff e altri hanno avvertito da tempo che le crisi che nascono da un crac della finanza - come quella del 2008 - hanno strascichi assai più lunghi delle normali fluttuazioni congiunturali. Perché tutti sono prigionieri della necessità anzitutto di smaltire i debiti accumulati negli anni di boom. Vale per i consumatori, impegnati a rattoppare le finanze domestiche, prima di andare a spendere la bonanza del crollo del petrolio. E tanto più vale per le imprese. Nella situazione attuale, questa normale reazione postcrisi è stata esacerbata dall’ondata di deflazione che, al contrario dell’inflazione, rende più pesanti, in termini reali, i debiti già contratti. C’è un grafico della Federal Reserve che fa saltare all’occhio la differenza fra la crisi attuale e quelle precedenti. Normalmente, man mano che ci si allontana dalla fine della recessione il tasso di incremento dei debiti, misurato dal rapporto fra debiti complessivi e Pil, accelera: mediamente, ad otto anni dalla fine della recessione, il rapporto debiti totali/Pil aumenta ad una velocità superiore di un terzo a quella che si registrava finita la crisi. Se otto anni fa, appena usciti dalla crisi, i debiti aumentavano ad un ritmo del 6 per cento, oggi dovremmo essere all’8 per cento. Invece, è vero il contrario: il tasso di incremento dei debiti si riduce, anche rispetto alla crisi. Se, a crisi finita, era del 6 per cento, oggi è del 4 per cento. E’ l’economia della paura.