Il tetto ai titoli pubblici costerebbe alle banche europee 135 miliardi
di MAURIZIO RICCI
E' un braccio di ferro che va avanti da mesi e che sta paralizzando il compimento dell'Unione bancaria europea. Ci sarà la garanzia comune sui depositi sotto i 100mila euro, come tutti (tranne la Germania) reclamano? Prima (replica Berlino) bisogna recidere il legame fra banche e titoli di Stato del proprio paese, smettendo di definirli "privi di rischio" e quindi esentati dall'obbligo di avere un cuscinetto di capitale a puntellare l'investimento. E' un problema che riguarda l'Italia prima di tutti gli altri. Infatti, Matteo Renzi ha già reso esplicito il suo "No" e il governatore, Ignazio Visco, lo ha argomentato. La Banca d'Italia ha fatto un passo in più e, senza farsi troppi problemi di diplomazia, un paio di mesi fa ha dedicato uno studio dei propri economisti a smantellare le tesi tedesche.
Molto rumore per molto poco, diceva in sostanza lo studio. Le regole bancarie già prevedono di considerare i tito…
Molto rumore per molto poco, diceva in sostanza lo studio. Le regole bancarie già prevedono di considerare i tito…
E' un braccio di ferro che va avanti da mesi e che sta paralizzando il compimento dell'Unione bancaria europea. Ci sarà la garanzia comune sui depositi sotto i 100mila euro, come tutti (tranne la Germania) reclamano? Prima (replica Berlino) bisogna recidere il legame fra banche e titoli di Stato del proprio paese, smettendo di definirli "privi di rischio" e quindi esentati dall'obbligo di avere un cuscinetto di capitale a puntellare l'investimento. E' un problema che riguarda l'Italia prima di tutti gli altri. Infatti, Matteo Renzi ha già reso esplicito il suo "No" e il governatore, Ignazio Visco, lo ha argomentato. La Banca d'Italia ha fatto un passo in più e, senza farsi troppi problemi di diplomazia, un paio di mesi fa ha dedicato uno studio dei propri economisti a smantellare le tesi tedesche.
Molto rumore per molto poco, diceva in sostanza lo studio. Le regole bancarie già prevedono di considerare i titoli pubblici quando si calcola l'effetto leva e questo è un tetto già in funzione. Inoltre, i benefici di una iscrizione a rischio degli investimenti in titoli di Stato sono pochi e dubbi, mentre i costi sono certi e possono essere pesanti. Cosa sarebbe successo, negli anni scorsi, se le banche italiane, spagnole, portoghesi non fossero intervenute a comprare i titoli italiani, spagnoli, portoghesi che gli investitori privati vendevano a piene mani? Senza questa azione controciclica, i default sarebbero stati sicuri, con costi enormi. Inoltre, come lo vogliamo calcolare il rischio? Per favore, concludeva lo studio, non tiriamo in ballo le società di rating.
Adesso, sulla questione interviene il rapporto proprio di una società di rating, Fitch. I conti che ne risultano fanno rizzare i capelli quanto basta perché gli stessi funzionari della Fitch ritengano opportuno precisare che i politici certamente "agiranno con cautela, con una attenta considerazione dell'impatto delle decisioni e con una appropriata gradualità". In ballo, infatti, ci sono 2.300 miliardi di euro di Bot, Bund, Bonos nei forzieri delle banche, in media per due terzi relativi a titoli del proprio paese. Per l'Italia, a stare ai dati di Via Nazionale, la percentuale di titoli nazionali sul totale di titoli sovrani è più alta, ma non altissima (appena sotto l'80 per cento, più o meno come le banche tedesche). Il dato esplosivo è la quantità di titoli pubblici rispetto al totale degli attivi: le banche italiane investono in titoli pubblici 260 miliardi di euro, cioè il 13 per cento degli investimenti complessivi, più o meno il doppio di quanto facciano le banche degli altri paesi.
L'impatto di una revisione delle regole, a seconda dei meccanismi prescelti, può far traballare il sistema o scardinarlo. Secondo le simulazioni di Fitch, se si applicasse l'obbligo di calcolare in bilancio un cuscinetto del 10 per cento a fronte di un investimento in titoli pubblici, il sistema bancario europeo si troverebbe a dover raccogliere capitale per l'ammontare, relativamente modesto, di 12 miliardi di euro. Ma quello che hanno in mente a Berlino è un meccanismo direttamente penalizzante che scoraggi gli investimenti in titoli pubblici, soprattutto nazionali, con l'obiettivo, più o meno dichiarato, di rendere sempre più costoso l'indebitamento pubblico. Il 10 per cento di rischio sarebbe, in questo caso, solo un minimo. Per ogni investimento in titoli pubblici pari al 100 per cento del capitale si applicherebbero obblighi di capitalizzazione via via crescenti. Il risultato finale è che, per scongiurare le eccessive concentrazioni di investimenti in titoli pubblici, si creerebbe la necessità di rastrellare capitale fino alla cifra record di 135 miliardi di euro. O, alternativamente, le banche europee, per rientrare nei nuovi limiti, dovrebbero scaricare sul mercato una montagna di quasi 500 miliardi di euro di titoli.
Molto rumore per molto poco, diceva in sostanza lo studio. Le regole bancarie già prevedono di considerare i titoli pubblici quando si calcola l'effetto leva e questo è un tetto già in funzione. Inoltre, i benefici di una iscrizione a rischio degli investimenti in titoli di Stato sono pochi e dubbi, mentre i costi sono certi e possono essere pesanti. Cosa sarebbe successo, negli anni scorsi, se le banche italiane, spagnole, portoghesi non fossero intervenute a comprare i titoli italiani, spagnoli, portoghesi che gli investitori privati vendevano a piene mani? Senza questa azione controciclica, i default sarebbero stati sicuri, con costi enormi. Inoltre, come lo vogliamo calcolare il rischio? Per favore, concludeva lo studio, non tiriamo in ballo le società di rating.
Adesso, sulla questione interviene il rapporto proprio di una società di rating, Fitch. I conti che ne risultano fanno rizzare i capelli quanto basta perché gli stessi funzionari della Fitch ritengano opportuno precisare che i politici certamente "agiranno con cautela, con una attenta considerazione dell'impatto delle decisioni e con una appropriata gradualità". In ballo, infatti, ci sono 2.300 miliardi di euro di Bot, Bund, Bonos nei forzieri delle banche, in media per due terzi relativi a titoli del proprio paese. Per l'Italia, a stare ai dati di Via Nazionale, la percentuale di titoli nazionali sul totale di titoli sovrani è più alta, ma non altissima (appena sotto l'80 per cento, più o meno come le banche tedesche). Il dato esplosivo è la quantità di titoli pubblici rispetto al totale degli attivi: le banche italiane investono in titoli pubblici 260 miliardi di euro, cioè il 13 per cento degli investimenti complessivi, più o meno il doppio di quanto facciano le banche degli altri paesi.
L'impatto di una revisione delle regole, a seconda dei meccanismi prescelti, può far traballare il sistema o scardinarlo. Secondo le simulazioni di Fitch, se si applicasse l'obbligo di calcolare in bilancio un cuscinetto del 10 per cento a fronte di un investimento in titoli pubblici, il sistema bancario europeo si troverebbe a dover raccogliere capitale per l'ammontare, relativamente modesto, di 12 miliardi di euro. Ma quello che hanno in mente a Berlino è un meccanismo direttamente penalizzante che scoraggi gli investimenti in titoli pubblici, soprattutto nazionali, con l'obiettivo, più o meno dichiarato, di rendere sempre più costoso l'indebitamento pubblico. Il 10 per cento di rischio sarebbe, in questo caso, solo un minimo. Per ogni investimento in titoli pubblici pari al 100 per cento del capitale si applicherebbero obblighi di capitalizzazione via via crescenti. Il risultato finale è che, per scongiurare le eccessive concentrazioni di investimenti in titoli pubblici, si creerebbe la necessità di rastrellare capitale fino alla cifra record di 135 miliardi di euro. O, alternativamente, le banche europee, per rientrare nei nuovi limiti, dovrebbero scaricare sul mercato una montagna di quasi 500 miliardi di euro di titoli.