Doveva essere l’arma finale contro la speculazione finanziaria. O, quanto meno, lo strumento della vendetta contro chi aveva scatenato la Grande Crisi del 2008. Nella versione più minimalista e rinunciataria, almeno un modo di irreggimentare le cariche selvagge della speculazione finanziaria, rallentando il vertiginoso rimbalzare delle operazioni alimentate dagli algoritmi. La Tobin Tax rischia invece di spegnersi in un vicoletto laterale, nel silenzio e nell’oblio, senza neanche la consolazione di uno scontro finale in prime time. A darle il colpo di grazia, la Brexit.
Formalmente, il progetto di costringere la finanza a fornire “un equo contributo all’economia” attraverso una tassa sulle transazioni a livello europeo, secondo l’indicazione del defunto premio Nobel James Tobin, è ancora in piedi, anche se la relativa proposta della Commissione è ormai vecchia di cinque anni. La discussione rimbalza di riunione tecnica in riunione tecnica, di mese in mese, nelle salette del palazzo della Commissione, sempre all'ordine del giorno, mai seriamente affrontata. La scadenza ultimativa di fine anno, posta ancora a settembre dal potente ministro delle Finanze tedesco, Schaeuble, è spirata senza neanche un fiato.Il meccanismo allo studio è tutt’altro che inedito.
Nella mecca della finanza europea, cioè Londra, esiste un bollo, pari allo 0,5 per cento del valore della transazione. Una Tobin Tax c’è anche in Italia: 0,2 per cento, ma solo in Borsa su azioni e derivati azionari. Quella proposta da Bruxelles è, però, universale: 0,1 per cento per azioni e obbligazioni e 0,01 per cento per i derivati. Una tassa da quasi 60 miliardi di euro l’anno, se fosse applicata in tutti i 28 paesi dell’Unione. In realtà, quasi tutti si sono via via tirati indietro, lasciandone solo una decina: Austria, Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna. Anche applicata ai soli residenti di questi dieci paesi, la Tobin Tax fornirebbe ancora, comunque, secondo la Commissione, un gettito di 30-35 miliardi di euro l’anno.
L’entusiasmo, però, è sempre di meno e sta rosicchiando i numeri vitali per il progetto. Dato che buona parte dei paesi membri ha detto No, la Tobin Tax è stata messa su un vagone che si chiama “cooperazione rafforzata”. Ovvero, può essere realizzata anche da una parte dei membri. Quanti? Devono essere almeno nove. E qui vengono i problemi. Dei dieci paesi arrivati in dirittura finale, il Belgio ha già fatto capire che, con il nuovo governo, non ci sta più. Si arriverebbe al minimo: nove. Ma anche Slovenia e Slovacchia ci stanno ripensando. E, con sette-otto paesi a bordo, non si va da nessuna parte.
La trattativa tecnica è complessa: c’è ancora da decidere su come regolare le esenzioni per i paesi non partecipanti (vedi Londra) e come evitare che la tassa pesi sulla ricopertura delle operazioni sui titoli pubblici, che nessuna capitale vuole mettere a repentaglio. Ma, a svuotare la spinta verso la Tobin Tax è, soprattutto, l’allentarsi della pressione da parte di capitali come Parigi e Berlino, fino a ieri le più determinate sulla tassa. E il motivo è la Brexit. A prima vista, l’autoesclusione della Gran Bretagna e degli interessi della City dal tavolo europeo sembrerebbe favorire i progetti di vincoli sulla finanza,. Ma è vero il contrario. Francoforte e Parigi, soprattutto, stanno facendo salti mortali per attirare il ricco flusso di quattrini che ruota intorno alla City e che, dopo la Brexit, cerca casa. L’ultima cosa che vogliono è disamorare banche e operatori con una tassa in più.
Formalmente, il progetto di costringere la finanza a fornire “un equo contributo all’economia” attraverso una tassa sulle transazioni a livello europeo, secondo l’indicazione del defunto premio Nobel James Tobin, è ancora in piedi, anche se la relativa proposta della Commissione è ormai vecchia di cinque anni. La discussione rimbalza di riunione tecnica in riunione tecnica, di mese in mese, nelle salette del palazzo della Commissione, sempre all'ordine del giorno, mai seriamente affrontata. La scadenza ultimativa di fine anno, posta ancora a settembre dal potente ministro delle Finanze tedesco, Schaeuble, è spirata senza neanche un fiato.Il meccanismo allo studio è tutt’altro che inedito.
Nella mecca della finanza europea, cioè Londra, esiste un bollo, pari allo 0,5 per cento del valore della transazione. Una Tobin Tax c’è anche in Italia: 0,2 per cento, ma solo in Borsa su azioni e derivati azionari. Quella proposta da Bruxelles è, però, universale: 0,1 per cento per azioni e obbligazioni e 0,01 per cento per i derivati. Una tassa da quasi 60 miliardi di euro l’anno, se fosse applicata in tutti i 28 paesi dell’Unione. In realtà, quasi tutti si sono via via tirati indietro, lasciandone solo una decina: Austria, Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna. Anche applicata ai soli residenti di questi dieci paesi, la Tobin Tax fornirebbe ancora, comunque, secondo la Commissione, un gettito di 30-35 miliardi di euro l’anno.
L’entusiasmo, però, è sempre di meno e sta rosicchiando i numeri vitali per il progetto. Dato che buona parte dei paesi membri ha detto No, la Tobin Tax è stata messa su un vagone che si chiama “cooperazione rafforzata”. Ovvero, può essere realizzata anche da una parte dei membri. Quanti? Devono essere almeno nove. E qui vengono i problemi. Dei dieci paesi arrivati in dirittura finale, il Belgio ha già fatto capire che, con il nuovo governo, non ci sta più. Si arriverebbe al minimo: nove. Ma anche Slovenia e Slovacchia ci stanno ripensando. E, con sette-otto paesi a bordo, non si va da nessuna parte.
La trattativa tecnica è complessa: c’è ancora da decidere su come regolare le esenzioni per i paesi non partecipanti (vedi Londra) e come evitare che la tassa pesi sulla ricopertura delle operazioni sui titoli pubblici, che nessuna capitale vuole mettere a repentaglio. Ma, a svuotare la spinta verso la Tobin Tax è, soprattutto, l’allentarsi della pressione da parte di capitali come Parigi e Berlino, fino a ieri le più determinate sulla tassa. E il motivo è la Brexit. A prima vista, l’autoesclusione della Gran Bretagna e degli interessi della City dal tavolo europeo sembrerebbe favorire i progetti di vincoli sulla finanza,. Ma è vero il contrario. Francoforte e Parigi, soprattutto, stanno facendo salti mortali per attirare il ricco flusso di quattrini che ruota intorno alla City e che, dopo la Brexit, cerca casa. L’ultima cosa che vogliono è disamorare banche e operatori con una tassa in più.