Qualcuno dovrebbe spiegare a Peter Navarro, il guru di Trump per il commercio, che l'icona dell'export americano nel mondo, l'iPhone, è, per le statistiche, una importazione americana dalla Cina, anche se i cinesi contribuiscono al suo valore (in pratica l'assemblaggio) per una percentuale trascurabile e il resto è sparso fra una dozzina di paesi (con gli stessi Usa in testa). Perché così funziona oggi l'economia internazionale. E, anche se ci volesse provare, la Apple non avrebbe né i soldi, né le competenze per produrre l'iPhone in California. Magari, gli si potrebbe anche far notare che nella Silicon Valley – dove si concentra il vanto dell'industria americana di oggi – la Germania, che Navarro tanto invidia, viene considerata “la più avanzata economia dell'800”.
Nel prossimo weekend si incontrano a Francoforte i ministri finanziari del G20, i paesi più importanti del pianeta. Per l'amministrazione Trump è un esordio. E' improbabile che il rappresentante americano, Mnuchin, ripeta a quello tedesco, Schaeuble, le tesi provocatorie di Navarro su Berlino che manipola l'euro. Ma come Stephen Bannon è il Rasputin della Casa Bianca per politica estera e interna, Navarro è la centrale delle idee di Trump sulla politica economica internazionale. Ecco perché è importate capire cosa pensa lui e, per suo tramite, il neopresidente. Si scopre che la retorica di Trump sul “far tornare i buoni vecchi lavori di una volta” non è solo un modo di tener buoni gli elettori del Wisconsin, ma è una vera strategia economica.
Navarro è un protezionista, ma nel vecchio senso del termine. Che l'America domini la finanza internazionale, che Amazon, Microsoft e Apple monopolizzino il cloud, che il futuro dell'economia sia virtuale, che i servizi siano quasi l'80 per cento dell'occupazione Usa e l'industria manifatturiera solo l'8 per cento (e in calo perché i robot avanzano) non gli interessa. Gli interessa solo la roba fisica, concreta. “Dovete comprare i nostri frigoriferi” è quello che Navarro vorrebbe dire a cinesi e tedeschi. Ma il frigo americano, oggi, non sarebbe più americano di quanto un frigo tedesco sia tedesco. E' probabile che il compressore sia coreano, le cerniere brasiliane e le parti in plastica indonesiane. Dagli anni '70 in poi, la fabbrica mondiale delle cose è diventata un intreccio inestricabili di catene produttive, che fanno viaggiare da una parte all'altra del mondo materie prime, poi semilavorati, poi prodotti sbozzati, fino alle finiture e l'assemblaggio finale, in un rimbalzo interminabile da un paese all'altro.
E' la realtà di quelle che gli economisti chiamano le “catene di valore”, che le multinazionali stendono da un paese all'altro, scegliendo ogni tappa secondo efficienza ed economicità. L'iPhone è un cocktail americano, taiwanese, giapponese, cinese e via a contare. Il 70 per cento del commercio mondiale è fatto di queste catene di valore. Il 25 per cento dell'export italiano in Germania, hanno spiegato Carlo Altomonte e Italo Colantone su lavoce.info viene poi riesportato. Quasi metà delle esportazioni negli Usa del vituperato (da Trump) Messico è composto di parti non prodotte in Messico (spesso nella stessa America) e/o è destinato ad essere riesportato dagli Stati Uniti nel resto del mondo. L'ossessione delle cose concrete non è l'unico feticismo rétro di Navarro. L'altro è l'idea che il commercio internazionale debba essere riportato ad una logica di rapporti bilaterali, che la sua natura contemporanea smentisce.
Naturalmente, Navarro sa benissimo che esistono le catene di valore. E, infatti, il suo obiettivo dichiarato è quello di smantellarle, riportandole entro i confini nazionali. In questo senso, dalla cerchia più intima di Trump viene l'attacco più devastante al processo e al concetto di globalizzazione. Perché della economia mondiale integrata e verticalizzata degli ultimi trent'anni, le catene di valore non sono più soltanto, oggi, il sistema circolatorio, ma l'autentico tessuto connettivo, la materia di cui è fatta. Più dell'abbattimento di tariffe e frontiere e della libera circolazione dei capitali. Le catene di valore sono la globalizzazione.
Gli Usa, che ne sono il cuore, le distruggeranno? Possono farlo nei quattro o otto anni di Trump? Le imprese americane accetteranno questo salto all'indietro? Per intanto, si può dire che Navarro è “l'economista più rappresentativo del XIX secolo”.
Nel prossimo weekend si incontrano a Francoforte i ministri finanziari del G20, i paesi più importanti del pianeta. Per l'amministrazione Trump è un esordio. E' improbabile che il rappresentante americano, Mnuchin, ripeta a quello tedesco, Schaeuble, le tesi provocatorie di Navarro su Berlino che manipola l'euro. Ma come Stephen Bannon è il Rasputin della Casa Bianca per politica estera e interna, Navarro è la centrale delle idee di Trump sulla politica economica internazionale. Ecco perché è importate capire cosa pensa lui e, per suo tramite, il neopresidente. Si scopre che la retorica di Trump sul “far tornare i buoni vecchi lavori di una volta” non è solo un modo di tener buoni gli elettori del Wisconsin, ma è una vera strategia economica.
Navarro è un protezionista, ma nel vecchio senso del termine. Che l'America domini la finanza internazionale, che Amazon, Microsoft e Apple monopolizzino il cloud, che il futuro dell'economia sia virtuale, che i servizi siano quasi l'80 per cento dell'occupazione Usa e l'industria manifatturiera solo l'8 per cento (e in calo perché i robot avanzano) non gli interessa. Gli interessa solo la roba fisica, concreta. “Dovete comprare i nostri frigoriferi” è quello che Navarro vorrebbe dire a cinesi e tedeschi. Ma il frigo americano, oggi, non sarebbe più americano di quanto un frigo tedesco sia tedesco. E' probabile che il compressore sia coreano, le cerniere brasiliane e le parti in plastica indonesiane. Dagli anni '70 in poi, la fabbrica mondiale delle cose è diventata un intreccio inestricabili di catene produttive, che fanno viaggiare da una parte all'altra del mondo materie prime, poi semilavorati, poi prodotti sbozzati, fino alle finiture e l'assemblaggio finale, in un rimbalzo interminabile da un paese all'altro.
E' la realtà di quelle che gli economisti chiamano le “catene di valore”, che le multinazionali stendono da un paese all'altro, scegliendo ogni tappa secondo efficienza ed economicità. L'iPhone è un cocktail americano, taiwanese, giapponese, cinese e via a contare. Il 70 per cento del commercio mondiale è fatto di queste catene di valore. Il 25 per cento dell'export italiano in Germania, hanno spiegato Carlo Altomonte e Italo Colantone su lavoce.info viene poi riesportato. Quasi metà delle esportazioni negli Usa del vituperato (da Trump) Messico è composto di parti non prodotte in Messico (spesso nella stessa America) e/o è destinato ad essere riesportato dagli Stati Uniti nel resto del mondo. L'ossessione delle cose concrete non è l'unico feticismo rétro di Navarro. L'altro è l'idea che il commercio internazionale debba essere riportato ad una logica di rapporti bilaterali, che la sua natura contemporanea smentisce.
Naturalmente, Navarro sa benissimo che esistono le catene di valore. E, infatti, il suo obiettivo dichiarato è quello di smantellarle, riportandole entro i confini nazionali. In questo senso, dalla cerchia più intima di Trump viene l'attacco più devastante al processo e al concetto di globalizzazione. Perché della economia mondiale integrata e verticalizzata degli ultimi trent'anni, le catene di valore non sono più soltanto, oggi, il sistema circolatorio, ma l'autentico tessuto connettivo, la materia di cui è fatta. Più dell'abbattimento di tariffe e frontiere e della libera circolazione dei capitali. Le catene di valore sono la globalizzazione.
Gli Usa, che ne sono il cuore, le distruggeranno? Possono farlo nei quattro o otto anni di Trump? Le imprese americane accetteranno questo salto all'indietro? Per intanto, si può dire che Navarro è “l'economista più rappresentativo del XIX secolo”.