Tutta la suspense è sul risultato che Marine Le Pen otterrà fra il primo turno di domenica e il secondo del 7 maggio. Un (possibile, se l'affluenza la premierà) ingresso della leader del Front National all'Eliseo coronerebbe con un nuovo terremoto l'anno della Brexit e di Trump e darebbe la svolta decisiva ad un raddrizzamento di 180 gradi delle prospettive politiche dell'Occidente. Tuttavia, le elezioni francesi, anche ad urne ancora chiuse, offrono già indicazioni nuove, in qualche caso inedite e, su un punto, specifico, anche misteriose.
Il primo dato riguarda l'Europa. Una presidente Le Pen punterebbe a far saltare l'euro e, comunque, a spingere verso una ritirata nazionalistica la costruzione europea. Ma è difficile sostenere che il Fn si muova controcorrente. A stare ai sondaggi, sommando alle preferenze per la Le Pen quelle per il candidato di estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon, contrario anch'egli al processo di integrazione europea, si vede che oltre il 40 per cento dei potenziali elettori è pronto ad azzoppare la Ue. Ma il malcontento è ben più diffuso. In un recentissimo sondaggio Pew, non il 40, ma il 60 per cento dei francesi dichiara di avere una opinione sfavorevole della Ue. Un bacino di impopolarità che potrebbe regalare sorprese inaspettate nelle urne.
Il secondo dato è l'implosione del sistema dei partiti. Fino alle ultime elezioni, i partiti tradizionali raccoglievano il 50-60 per cento dei voti. Oggi, nei sondaggi, il candidato socialista (Hamon) e quello ex gollista (Fillon) arrivano appena, insieme, al 26-27 per cento dei voti potenziali. E' l'effetto, dicono i politologi, della personalizzazione leaderistica della politica, sbarcata, alla fine, anche in Francia, come anche del rimescolamento delle tradizionali identità delle classi sociali. In realtà, solo le elezioni parlamentari di giugno ci diranno l'effettivo stato di salute di socialisti ed ex gollisti. Ma la politica francese non sarà più la stessa.
Il terzo dato - quello misterioso - riguarda un leader straniero. Anche in Francia, negli scorsi decenni, i politici si sono spesso divisi fra filoamericani e antiamericani. Ma, qui, gli americani non c'entrano. La questione riguarda Mosca. A sorpresa, Vladimir Putin è il destinatario di tributi ammirati, abbracci metaforici, sguardi d'intesa. Tre dei quattro candidati in testa nei sondaggi sono lì con la mano tesa verso il Cremlino. Non è facile spiegarlo. Nessuno dei leader in questione sembra affascinato dal manuale per la creazione di un regime illiberale e autoritario che si desume dall'esperienza politica di Putin. Contemporaneamente, con Trump alla Casa Bianca non è il classico riflesso antiamericano. Forse lo è per un ex alfiere della sinistra socialista come Mélenchon, ma nell'atteggiamento benevolo dello stesso Mélenchon, di Marine Le Pen e di François Fillon verso il leader russo non si intravedono motivi ideologici. E neanche un'adesione politica (Mélenchon dichiara che, fosse russo, non voterebbe Putin). Ma tutt'e tre sono assai comprensivi verso le ragioni del Cremlino in materia di Crimea, di arroganza Ue nel caso ucraino, di rifiuto delle sanzioni. Se Mélenchon e Le Pen possono addurre una vicinanza alla rivendicazione di "legittime esigenze nazionali" russe da parte di Putin, la stessa cosa non si può dire per Fillon. Tutti i sospetti sono possibili, ma niente è provato. Di sicuro, come si è visto negli Usa, Putin non rifugge dalla tentazione di mettere le mani nella politica degli altri paesi. A rivendicare il rispetto delle sanzioni, fra i candidati in lizza, è rimasto solo Macron.
Il primo dato riguarda l'Europa. Una presidente Le Pen punterebbe a far saltare l'euro e, comunque, a spingere verso una ritirata nazionalistica la costruzione europea. Ma è difficile sostenere che il Fn si muova controcorrente. A stare ai sondaggi, sommando alle preferenze per la Le Pen quelle per il candidato di estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon, contrario anch'egli al processo di integrazione europea, si vede che oltre il 40 per cento dei potenziali elettori è pronto ad azzoppare la Ue. Ma il malcontento è ben più diffuso. In un recentissimo sondaggio Pew, non il 40, ma il 60 per cento dei francesi dichiara di avere una opinione sfavorevole della Ue. Un bacino di impopolarità che potrebbe regalare sorprese inaspettate nelle urne.
Il secondo dato è l'implosione del sistema dei partiti. Fino alle ultime elezioni, i partiti tradizionali raccoglievano il 50-60 per cento dei voti. Oggi, nei sondaggi, il candidato socialista (Hamon) e quello ex gollista (Fillon) arrivano appena, insieme, al 26-27 per cento dei voti potenziali. E' l'effetto, dicono i politologi, della personalizzazione leaderistica della politica, sbarcata, alla fine, anche in Francia, come anche del rimescolamento delle tradizionali identità delle classi sociali. In realtà, solo le elezioni parlamentari di giugno ci diranno l'effettivo stato di salute di socialisti ed ex gollisti. Ma la politica francese non sarà più la stessa.
Il terzo dato - quello misterioso - riguarda un leader straniero. Anche in Francia, negli scorsi decenni, i politici si sono spesso divisi fra filoamericani e antiamericani. Ma, qui, gli americani non c'entrano. La questione riguarda Mosca. A sorpresa, Vladimir Putin è il destinatario di tributi ammirati, abbracci metaforici, sguardi d'intesa. Tre dei quattro candidati in testa nei sondaggi sono lì con la mano tesa verso il Cremlino. Non è facile spiegarlo. Nessuno dei leader in questione sembra affascinato dal manuale per la creazione di un regime illiberale e autoritario che si desume dall'esperienza politica di Putin. Contemporaneamente, con Trump alla Casa Bianca non è il classico riflesso antiamericano. Forse lo è per un ex alfiere della sinistra socialista come Mélenchon, ma nell'atteggiamento benevolo dello stesso Mélenchon, di Marine Le Pen e di François Fillon verso il leader russo non si intravedono motivi ideologici. E neanche un'adesione politica (Mélenchon dichiara che, fosse russo, non voterebbe Putin). Ma tutt'e tre sono assai comprensivi verso le ragioni del Cremlino in materia di Crimea, di arroganza Ue nel caso ucraino, di rifiuto delle sanzioni. Se Mélenchon e Le Pen possono addurre una vicinanza alla rivendicazione di "legittime esigenze nazionali" russe da parte di Putin, la stessa cosa non si può dire per Fillon. Tutti i sospetti sono possibili, ma niente è provato. Di sicuro, come si è visto negli Usa, Putin non rifugge dalla tentazione di mettere le mani nella politica degli altri paesi. A rivendicare il rispetto delle sanzioni, fra i candidati in lizza, è rimasto solo Macron.