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Il paradosso della Mini: la dura legge dei dazi si abbatterà sulla Gran Bretagna che ha voluto la Brexit

Negli accordi commerciali si valuta l'effettiva provenienza di un prodotto per applicare gli sconti sulle tariffe doganali. Un'auto britannica è in realtà fatta per meno della metà nel Regno Unito: il resto sono componenti europee. Ecco perché Londra rischia una catastrofe commerciale e anni di trattative su nuovi accordi
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Prendete una Mini. Nelle statistiche viene conteggiata come un'auto inglese, ma, quando esce, finita, dalla fabbrica, ha già traversato la Manica quattro volte. Da Oxford la scocca viene spedita in Francia, torna in Inghilterra, viaggia fino a Monaco di Baviera, dove viene installato il motore e, infine, torna a Oxford per l'assemblaggio finale. La Mini è l'esempio scelto da Jeremy Corbyn per spiegare perché i laburisti, fra gli entusiastici applausi di tutta la comunità britannica degli affari, sono favorevoli a mantenere una unione doganale con la Ue. In realtà, l'esempio dice forse anche di più di quanto il leader laburista volesse affermare: i viaggi della Mini, infatti, dimostrano che l'Europa è molto di più di un'aspirazione politica o di una sintonia culturale.

L'Unione europea è una realtà economica, in cui i rapporti tra i singoli paesi si sono ormai moltiplicati e ramificati a …
Prendete una Mini. Nelle statistiche viene conteggiata come un'auto inglese, ma, quando esce, finita, dalla fabbrica, ha già traversato la Manica quattro volte. Da Oxford la scocca viene spedita in Francia, torna in Inghilterra, viaggia fino a Monaco di Baviera, dove viene installato il motore e, infine, torna a Oxford per l'assemblaggio finale. La Mini è l'esempio scelto da Jeremy Corbyn per spiegare perché i laburisti, fra gli entusiastici applausi di tutta la comunità britannica degli affari, sono favorevoli a mantenere una unione doganale con la Ue. In realtà, l'esempio dice forse anche di più di quanto il leader laburista volesse affermare: i viaggi della Mini, infatti, dimostrano che l'Europa è molto di più di un'aspirazione politica o di una sintonia culturale.

L'Unione europea è una realtà economica, in cui i rapporti tra i singoli paesi si sono ormai moltiplicati e ramificati a livelli sempre più profondi (un esempio classico è l'interscambio italo-tedesco), fino a creare un intreccio praticamente inestricabile. Come dice la Honda, in un preoccupato documento spedito al governo May: noi, come tutte le altre case automobilistiche, funzioniamo sul modello del "just in time", importando le parti che ci servono, quando ci servono. Ma se queste parti si arenano in dogana o se, per evitarlo, dobbiamo creare enormi magazzini, i costi sono di milioni e milioni di euro.

L'elettore ha sempre ragione e non toccava a chi ha votato Brexit misurare le conseguenze. Ma per i politici che li hanno guidati l'unica scusa è che non pensavano di vincere. Neanche questa pseudoattenuante, tuttavia, regge: ignoranza e incompetenza non si sono prosciugate con il referendum. Come dimostra anche l'ultimo discorso di Theresa May, persiste il miraggio di concludere da soli, liberi delle pastoie europee, accordi commerciali più vantaggiosi con il resto del mondo. In realtà, per firmare un accordo commerciale ci vogliono anni di trattative e, al di là della propaganda e della retorica, quello a cui punta il governo May è una sorta di copia-e-incolla degli accordi fra Ue e quei paesi. Ma si sono dimenticati di guardare le clausole scritte in piccolo.

I grandi accordi commerciali, infatti, prevedono che le facilitazioni (ad esempio, lo sconto sulle tariffe) siano condizionate all'origine effettiva dei prodotti, secondo il principio delle "rules of origin". In altre parole, il barattolo di conserva di pomodori italiano ha diritto alla tariffa agevolata, quando arriva in Corea, se almeno il 55 per cento (questa, in media, la percentuale prevista negli accordi) di quello che c'è dentro il barattolo viene dall'Europa. La Mini, ad esempio, è sicuramente europea. Ma si può definire, in base alle norme in materia di origine, altrettanto inglese? La risposta è no. In media, solo il 44 per cento di un'auto britannica è, effettivamente, britannico e non importato da altri paesi europei.

Niente tariffa scontata, dunque. Ma c'è di peggio. Come notano, con larghi sogghigni, i funzionari di Bruxelles, c'è un motivo per cui Canada e Giappone si dichiarano così pronti ad accordi commerciali post Brexit con Londra. I loro prodotti, infatti, rientrano nei parametri delle "rules of origin" e hanno diritto al trattamento preferenziale. Quelli inglesi, no e, dunque, pagano la tariffa standard internazionale, pari al 10 per cento. Per evitarlo, la Gran Bretagna deve ridiscutere da capo l'accordo, rassegnandosi, intanto, a pagare dazio.

C'è un ironia in più, a cui i fautori della Brexit non avevano pensato. Per aggirare il capestro delle norme di origine, esiste la scappatoia delle "norme cumulative". In buona sostanza, si prevede che si prendano per buone, ai fini delle tariffe preferenziali, anche componenti non nazionali. E' una scappatoia usata di rado, ma esiste (c'è nell'accordo Ue-Giappone, ma non riguarda le auto). Certo, bisogna concordarle una per una. Soprattutto, bisogna che siano d'accordo anche quelli della Ue. Insomma, un favore che Londra deve chiedere non solo al suo interlocutore diretto - Seul o Pretoria - ma anche a Bruxelles, che non ha nessun interesse a dire sì. Chissà se Boris Johnson lo sapeva.