Economia

Combattere le emissioni paga, anche in termini di produttività

Il rapporto Ocse sul mercato europeo delle emissioni dice che ha funzionato per ridurle. Inoltre, le aziende che vi rientrano hanno investito più delle altre vedendo crescere maggiormente il fatturato

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Piano a dire che l'insurrezione dei giubbotti gialli francesi ha sepolto una volta per sempre il buonismo ambientalista, rivelando un rifiuto di massa per i sacrifici che la lotta al riscaldamento globale comporterebbe. I gilets jaunes avevano nel mirino il sistema fiscale francese, assai più che i disincentivi all'inquinamento. E, comunque, semplicemente non è vero che la battaglia contro l'effetto serra è una strada lastricata solo di rinunce, sacrifici, penitenze. Anzi, è vero il contrario. Fermare l'effetto serra non sarà gratis, ma, oltre a salvaguardare il futuro dei nostri figli, ha anche un ritorno immediato, tangibile, cospicuo, che possiamo misurare da subito nelle nostre tasche e nell'economia. Per dirla in un altro modo: quattrini, non solo aria pulita. E sono proprio gli strumenti più severi e stringenti a dare i risultati migliori.

Lo dice l'Ocse, l'organizzazione che riunisce i paesi industrializzati, in un rapporto appena uscito, dedicato specificamente al mercato europeo delle emissioni. Di cosa si tratta? Dal 2005, le aziende europee di qualche dimensione che operino nei settori dell'energia (come le centrali elettriche), dell'acciaio, del vetro, del cemento e della carta - attività in cui si produce molta anidride carbonica - non possono superare una determinata soglia nella quantità di Co2 che emettono i loro impianti. Se vanno al di sopra di x tonnellate di Co2, devono acquistare (su un apposito mercato) i diritti ad emettere x tonnellate. E chi fornisce questi diritti? Le aziende degli stessi settori che riescono a restare sotto quella soglia e, per questo, acquisiscono un bonus che possono rivendere. E' il più grande esperimento di controllo della Co2 esistente al mondo: coinvolge 14 mila impianti elettrici e fabbriche in 31 diversi paesi e abbraccia il 40 per cento delle emissioni totali della Ue. E' la medaglia al valore che i diplomatici europei non si stancano di esibire ad ogni summit sul clima. Perché funziona: fra il 2005 (quando è stato istituito) e il 2014, calcola l'Ocse, le emissioni dei settori e delle aziende interessate sono diminuite del 25 per cento. Bella forza, si potrebbe ribattere, in Occidente sono scese dappertutto, mercato delle emissioni o no. Ma in quelle regolate dall'Ets (Emission Trading System) di più, racconta l'Ocse. Nelle fabbriche e negli impianti che dovevano sottostare al regolamento del mercato, le emissioni sono infatti diminuite del 10-14 per cento in più, rispetto a fabbriche e impianti analoghi  che, però, erano esentati dalle norme sulle emissioni. Infatti, il grande tema rimasto in sospeso nel recente vertice Onu di Katowice è come riproporre a livello mondiale un mercato delle emissioni all'europea, forse la speranza più concreta di arrivare ad un taglio concreto e significativo della Co2, prima che sia troppo tardi.

Ma, oltre a funzionare, spiega il rapporto, il mercato conviene. Anzitutto - e non è poco - alle aziende che devono sottostare alle sue norme: un caso di regole stringenti, ma virtuose. Contrariamente a quanto si potrebbe, a prima vista, pensare, costringere le aziende a trovare un modo di frenare le emissioni o affrontare costi più alti (quelli dell'acquisto dei diritti ad emettere) fa bene ai loro bilanci. Le regole, infatti, "non hanno avuto effetti sul fatturato, sui profitti, sull'occupazione, sugli investimenti". Anzi, dice l'Ocse, le aziende che rientrano nell'Ets "tendono ad andare meglio".

Essere costretti a frenare le emissioni non ha colpito né i profitti, né l'occupazione: nessuno ha perso il posto per via della lotta all'effetto serra. Contemporaneamente, è aumentato il fatturato: fra il 7 e il 18 per cento in più rispetto alle aziende, degli stessi settori, che non rientravano negli obblighi del mercato. E sono risultati superiori - fra il 6 e il 10 per cento - anche gli investimenti. Non è un paradosso e neanche una sorpresa: investire nella tecnologia di riduzione dell'anidride carbonica (il rapporto Ocse ne è l'ennesima conferma) aumenta la produttività.