Economia

Tanti tweet e pochi risultati: dalla Cina al Nafta, cosa resta delle guerre (a parole) di Trump

Il presidente Usa è riuscito a imporre il metodo delle trattative uno a uno ma poi, nei fatti, su tutti i principali dossier gli esiti sono stati più scarsi rispetto agli annunci del tycoon

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Sotto la raffica di tweet, niente? Diciamo, per ora, molto poco. La burbanza di Donald Trump dà spesso a molti l’impressione di un vincente, in particolare nelle guerre commerciali che ha ingaggiato un po’ con tutti e nelle (mezze) intese che ne ha ricavato. Questo raccontano appunto i tweet ad uso e consumo dei suoi elettori. La Corea del Sud? Si è arresa subito. L’Europa? In ginocchio. Canada e Messico? Costretti a rimangiare i vecchi accordi e firmarne di nuovi. La Cina? Spalle al muro. Solo che sono fake news. Trump è riuscito ad imporre il metodo delle trattattive uno-a-uno anziché multilaterali. E’ un successo significativo rispetto ai principi dell’era Obama. Ma, poi, i risultati concreti, nei fatti e nei dettagli, sono modesti, deludenti, a volte contradditori. In più di un caso - come per le tariffe su acciaio e alluminio, che hanno favorito i produttori nazionali, ma colpito le aziende americane, dieci volte più numerose, che acciaio e alluminio li consumano – direttamente controproducenti. “L’arte di fare affari immaginari” l’ha definita il premio Nobel Paul Krugman, facendo il verso al vecchio libro di Trump, “L’arte di fare affari”.

COREA.  Il primo obiettivo è stato la Corea del Sud. L’accordo entrato in vigore a settembre esonera Seul dalle tariffe su acciaio e alluminio, in cambio di una quota volontaria sulle esportazioni, limitate al 70 per cento degli anni precedenti. Ma l’ossessione di Trump sono le auto e la Corea si impegna ad alzare da 25 a 50 mila euro l’anno il numero di auto che ogni azienda americana potrà d’ora in poi esportare in Corea. E’ il caso più vistoso di “affare immaginario”: la Ford, l’azienda americana che esporta più auto nel paese, arriva appena a 10 mila. Quanto alla promessa di Trump di impedire che Seul svaluti la propria moneta per favorire il suo export, l’accordo non ne fa cenno.

EUROPA. Il secondo bersaglio era l’Europa. L’intesa preliminare raggiunta a fine luglio con Bruxelles prevede l’avvio di una trattativa su tariffe, regolamentazioni, ostacoli burocratici, standard sanitari e di qualità. Esattamente quello cui puntava Obama con il Ttip, il progetto di trattato transatlantico, sonoramente bocciato da Trump. Con la fregatura (dal punto di vista americano) che, questa volta, è esclusa l’agricoltura, storico punto dolente per gli agricoltori e l’industria alimentare Usa.

CINA. La guerra con Pechino a colpi di tariffe e ritorsioni non ha prodotto alcun effetto sul disavanzo commerciale Usa-Cina che, da marzo a ottobre, è andato inesorabilmente crescendo da 26 a 43 miliardi di dollari (al mese). Ora la Cina si è impegnata a comprare un po’ di soia (a novembre le relative esportazioni Usa erano scese a zero), ma non si sa quanto in buona fede: nei mesi invernali non può comprare dal Brasile, perché lì il raccolto è ancora lontano. Ancora una volta, comunque, Trump punta sulle auto. Pechino abbassa al 15 per cento il dazio sulle auto Usa, che aveva precedentemente alzato dal 25 al 40 per cento. Ma gli effetti sono marginali: la Cina importa solo l’1 per cento delle sue auto dagli Usa. E, per due terzi, sono macchine prodotte in America dalle tedesche Bmw e Mercedes. Le ditte americane, Gm e Ford, invece, sono colpite dai dazi americani sui prodotti cinesi, perché esportavano negli Usa dalle loro fabbriche in Cina.

NAFTA. Adesso si chiama Usmca, ma, secondo il Peterson Institute of International Economics è praticamente uguale al precedente. Le (marginali) modifiche ottenute da Trump hanno l’effetto di determinare prezzi più alti per i consumatori, aggravando la crisi di vendite delle case americane, come Ford e Gm, che già sono costrette a tagliare fabbriche e manodopera. Il risultato, dice il Piie, potrebbe essere un paradossale aumento delle importazioni di auto da Europa e Asia. Trump, naturalmente, potrebbe reagire con dazi sulle auto straniere, ma il risultato finale sarebbe comunque danneggiare i consumatori con prezzi più alti.