Economia

Le banche centrali questa volta non ci salveranno: la crisi post coronavirus non ha una soluzione monetaria

(ansa)
Fed e Bce non possono fare nulla, per arginare i rischi di una recessione globale occorrerrà rivilizzare l'offerta e non la domanda. E il Fondo Monetario ha avvertito: la politica dei tassi bassi negli utlimi anni ha spinto le imprese a indebitarsi a basso costo. Con un brusco calo dei fatturati legati all'epidemia rischia di crearsi un mix esplosivo
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La fabbrica si chiama Mta, 600 operai, elettronica per auto. E si trova a Codogno. Il fatto che non l'abbiate mai sentita nominare non ha importanza. Il punto è che, se nella zona rossa lombarda non si ricomincia presto a lavorare, si fermeranno, per mancanza di componenti, le catene di montaggio dei giganti dell'auto. La Fiat, ma anche – hanno dichiarato i responsabili della stessa Mta – le fabbriche Renault, Bmw, Peugeot. Eccola la novità della recessione nell'era del coronavirus.

Questa volta, mamma Bce o mamma Fed non ci possono far nulla. Il “whatever it takes”, qualunque cosa comporti di Mario Draghi è fuoricorso, perché la “qualunque cosa” non è nelle disponibilità delle banche centrali. Inondare l'economia di liquidità, spiega Olivier Blanchard, l'ex capoeconomista del Fondo monetario, serve se bisogna rivitalizzare la domanda. Non resuscitare l'offerta. Ovvero, “se le fabbriche si fermano, perchè mancano le parti e gli operai sono in quarantena, i soldi non sono il problema”.

Adesso, moltiplicate, per mille e passa, il caso Mta. E aggiungete alle grandi case automobilistiche europee Apple, Nintendo, Hyundai, General Motors. La Cina è ferma da metà gennaio, la Corea del Sud pure e, per le catene di fornitura dell'industria mondiale è un'altra sciagura. Il 42 per cento del Pil coreano va in esportazioni e il 90 per cento di queste esportazioni sono parti e componenti usati da altri, a cominciare da chip e display. E la paralisi riguarda tutti. Anche in Bangladesh, uno spaurito imprenditore di Chittagong lamenta di avere un ordine per 100 mila jeans da donna, che deve lasciare nel cassetto, perché dalla Cina non gli arriva il tessuto. La recessione globale è dietro l'angolo: gli analisti di Crédit Suisse hanno degradato la crescita mondiale prevista nel 2020 al 2,2 per cento. Secondo l'Fmi, 2,5 per cento equivale a recessione per gran parte delle economie. Per un paese che, come l'Italia, fiorisce con l'export sono notizie cupe.

Per lo stesso motivo che strangola la produzione, però, se l'emergenza coronavirus si spegne, l'economia può ripartire di slancio. E' la teoria del rimbalzo, atteso per il secondo trimestre. Nouriel Roubini, soprannominato “dottor Sventura” in tutto il mondo (il nomignolo “doctor Doom” gli fu affibbiato per aver previsto la crisi del 2008) non ci crede. Per recuperare quello che ha perso in queste settimane, la Cina dovrebbe viaggiare, nel resto dell'anno, ad un ritmo assai superiore a quello che teneva prima dell'epidemia. Più facile che cresca non più, in ragione d'anno, del 2,5-4 per cento. Visto che assicura un terzo della crescita mondiale, un conseguente  flop globale è, quest'anno, dice Roubini, inevitabile.

Le trappole più insidiose per l'economia mondiale , tuttavia, non sono, in prospettiva, nelle fabbriche improvvisamente ridotte al silenzio. Piuttosto, sopra il piano fabbrica, nelle relative direzioni aziendali  e i rischi chiamano in causa quelle stesse banche centrali che abbiamo visto, ora, impotenti, ma che, fino a ieri, hanno abituato tutti al denaro facile, per rianimare l'economia, fiaccata dalla Grande Crisi post 2008.

Il rumore che sentite provenire dalle borse, in particolare da Wall Street, è, infatti, il sibilo che produce, sgonfiandosi bruscamente, la bolla creata in questi anni dalla sopravalutazione dei titoli. Una ininterrotta corsa verso l'alto, sostenuta dalla  convinzione che, in caso di nubi sullo sviluppo all'orizzonte, la Fed sarebbe intervenuta, tagliando i tassi e allargando ancora la liquidità. In realtà, le armi delle banche centrali sono oggi spuntate. Sia perché, con i tassi all'1,5 per cento, i margini della Fed per una limatura dei tassi sono minimi (in Europa, per la Bce, con i tassi sotto zero, ancora meno). Sia perché questa crisi non si presta ad una soluzione monetaria. Intanto, Wall Street ha già subito una “correzione” delle quotazioni superiore al 10 per cento. Potrebbe, tuttavia, non bastare a riequilibrare le sopravalutazioni accumulate negli ultimi mesi.

Anche perché quanto può resistere l'economia reale in questo stato di apnea? Nello scorso ottobre, il Fmi aveva lanciato un allarme sulla situazione finanziarie delle aziende. Cullate dai bassi tassi, avvertivano gli economisti del Fondo, le imprese si sono imbottite di debiti. Ora, avvertono gli esperti di Goldman Sachs, è inutile aspettarsi, per quest'anno, un aumento degli introiti. Il risultato è una miscela di debiti alti e fatturati fermi che può rivelarsi esplosiva. “In caso di rallentamento economico significativo – indicava infatti il Fmi – le prospettive sarebbero preoccupanti”. Proviamo a mettere, dentro questi toni felpati, i numeri che, nella stessa occasione, forniva proprio il Fmi: con una crisi grave solo la metà di quella del 2008, il debito detenuto, a livello globale, da aziende che non sono in grado di coprire i relativi interessi con i propri introiti equivarrebbe a 19 mila miliardi di dollari. Un buco molto grosso: in sostanza, il 40 per cento di tutto il debito delle aziende delle otto maggiori economie mondiali dovrebbe essere catalogato come “sofferenza” e di incerto recupero. Il mondo delle imprese ha il fiato corto.