Economia

Tra rilancio Bce e l'opposizione dei "falchi", all'Italia conviene prendere i soldi Ue: ecco quanto risparmia

La presidente della Commissione europea, von der Leyen (ansa)
L'Eurotower prepara nuovi stimoli mentre i paesi nordici tornano a chiedere austerità per i Paesi più indebitati. Alcuni governi, visto il livello degli spread, iniziano a pensare di non chiedere i fondi del NextGenerationEu. Ma nel caso di Roma non sarebbe saggio
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C'è davvero uno scontro sotterraneo in corso ai piani alti della Bce, che potrebbe ridimensionare il supporto della banca centrale a paesi come l'Italia, come sostiene una grande agenzia come la Reuters, o è una leggenda metropolitana, messa in giro dai soliti falchi? Probabilmente, sono solo schermaglie che preparano la scena alla riunione di dicembre del vertice Bce, in cui bisognerà decidere se ampliare di altri 500 miliardi di euro il programma straordinario di acquisto di titoli di Stato, in chiave anti-spread, per ora dotato di 1.350 miliardi di euro, di cui metà già spesi.

Christine Lagarde e buona parte del board sono a favore di una espansione dell'impegno anti-spread, soprattutto di fronte alla seconda ondata dell'epidemia. I banchieri dei paesi nordici, tradizionali custodi dell'ortodossia dell'austerità, vorrebbero mantenerlo com'è. Anzi, meglio, ridurlo visto che ha già avuto effetti vistosi sulle quotazioni dei titoli dei paesi più deboli. O, in ogni caso, tornare a basarsi soprattutto sul programma ordinario, che prevede quote rigide per l'intervento sui mercati della Bce e non fornisce, dunque, ai paesi deboli una totale garanzia di intervento in caso di difficoltà. Mentre verrebbe ridimensionato il programma straordinario, che dà alla Bce massima flessibilità nel decidere quali titoli acquistare. Flessibilità che il braccio operativo di Francoforte ha utilizzato a piene mani. Un quarto dell'intero programma straordinario finora speso (circa 170 miliardi di euro su 700) è stato assorbito dall'acquisto di titoli italiani. Un altro 17 per cento è andato a puntellare il Tesoro spagnolo.

I falchi vi trovano motivo di disagio e insofferenza. Uno dei punti fermi della cultura economica (e anche dell'etica) prevalente nei paesi nordici è che il debito deve pesare, così che il debitore si adoperi vigorosamente per liberarsene. In codice, faccia le riforme strutturali necessarie. Soldi facili farebbero solo rinviare le riforme. E i segnali già ci sarebbero. Il generoso intervento della Bce sui mercati - è l'argomento - ha talmente abbassato i rendimenti sul mercato dei titoli di Stato da far esitare i governi meridionali, al momento di chiedere i prestiti al Recovery Fund messo in piedi dalla Ue. Perché? Perché l'Italia, ad esempio, grazie allo sforzo anti-spread della Bce, ha visto il costo dei suoi titoli decennali scendere quasi allo 0,6 per cento, un quarto rispetto a solo pochi mesi fa. Di questi soldi rastrellati sul mercato, il governo italiano (o quello spagnolo) può fare ciò che vuole, mentre i prestiti del NextGenerationEu possono essere spesi solo nella direzione e secondo i progetti approvati da Bruxelles. E così, fa notare un noto economista danese, Jacob Funk Kirkegard, i governi spagnolo e portoghese nicchiano di fronte alla prospettiva di chiedere questi prestiti e altrettanto potrebbero fare Italia e Grecia.

L'argomentazione illustra bene l'atteggiamento mentale - e anche i pregiudizi - di molti esponenti dei cosiddetti paesi "frugali". In realtà, però, è una argomentazione speciosa. Per chiedere i crediti è ancora presto e, ad essi, si applicano comunque le stesse condizioni previste per le generose dotazione europee di soldi a fondo perduto, a cui, certamente, nessuno dei paesi interessati intende rinunciare.

D'altra parte, a far di conto, anche rinunciare ai crediti avrebbe poco senso. I rendimenti dei titoli dei paesi deboli si saranno anche abbassati, ma sono sempre sensibilmente più alti di quello che si dovrebbe pagare al mercato.

Il conto lo ha fatto l'Osservatorio della Università Cattolica, diretto da Carlo Cottarelli. Ora che la Ue ha cominciato ad emettere titoli, con il programma Sure, ci sono delle cifre di riferimento. Del fondo Sure (che rimpiazza la spesa per la cassa integrazione) all'Italia andranno crediti per 27,4 miliardi. Il tasso cui sono stati collocati è negativo per i titoli decennali (- 0,238 per cento) e lievemente positivo per i ventennali (+ 0,131 per cento). Vuol dire che ogni mille euro prestati dal fondo con titoli decennali, l'Italia ne dovrà restituire 976 e, per quelli ventennali, 1.026. Oggi, invece, il Tesoro paga lo 0,60-0,70 per cento sui titoli decennali. Il Sure, dunque, consentirà all'Italia di risparmiare, nell'arco di vita dei titoli, oltre 4 miliardi di euro. Applicando gli stessi parametri ai futuri crediti del NextGenerationEu, il risparmio è di 20 miliardi di euro. Rinunciare a questi risparmi, nonostante le diffidenze dei paesi nordici, non pare sensato. Quel che vale anche per il Mes (risparmio, rispetto al costo degli stessi soldi sul mercato: 3 miliardi di euro).