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La ripresa dell'Europa? Passa per il completamento dell'Unione bancaria

Blocco dei licenziamenti, moratorie e garanzie hanno messo al riparo aziende e lavoratori durante la pandemia. Ma con lo scadere delle misure una nuova ondata di fallimenti rischia di abbattersi sull'economia, arrivando a colpire anche la solidità delle banche. Prima che sia troppo tardi serve un'intesa sull'assicurazione comune dei depositi
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Stiamo tutti a trattenere il fiato, in attesa della fine del blocco dei licenziamenti. Saranno 500 mila, come temono molti, o solo 70 mila, come assicura Confindustria? In fondo, in un anno normale, in Italia ci sono 250 mila licenziamenti. Il blocco li ha fermati, la fine del blocco darà il via libera a questi licenziamenti fisiologici. Quello che conta, però, è quante saranno le assunzioni, anch’esse, di fatto, bloccate insieme ai licenziamenti. Ma tutto questo è solo l’antipasto dell’autentico incubo dei prossimi mesi. Con il ritorno verso la normalità, infatti, verrà anche progressivamente a cadere la rete di protezione costruita intorno alle aziende, fra moratorie dei debiti, garanzie statali, incentivi.

Le misure antipandemia non hanno bloccato solo i licenziamenti. Hanno bloccato anche le decine di migliaia di fallimenti che, ogni anno, coinvolgono imprese zoppicanti. Diciotto mesi di pandemia hanno tuttavia gravato d…

Stiamo tutti a trattenere il fiato, in attesa della fine del blocco dei licenziamenti. Saranno 500 mila, come temono molti, o solo 70 mila, come assicura Confindustria? In fondo, in un anno normale, in Italia ci sono 250 mila licenziamenti. Il blocco li ha fermati, la fine del blocco darà il via libera a questi licenziamenti fisiologici. Quello che conta, però, è quante saranno le assunzioni, anch’esse, di fatto, bloccate insieme ai licenziamenti. Ma tutto questo è solo l’antipasto dell’autentico incubo dei prossimi mesi. Con il ritorno verso la normalità, infatti, verrà anche progressivamente a cadere la rete di protezione costruita intorno alle aziende, fra moratorie dei debiti, garanzie statali, incentivi.

Le misure antipandemia non hanno bloccato solo i licenziamenti. Hanno bloccato anche le decine di migliaia di fallimenti che, ogni anno, coinvolgono imprese zoppicanti. Diciotto mesi di pandemia hanno tuttavia gravato di debiti anche aziende a prima vista sane. Ai fallimenti, per così dire, fisiologici, potrebbero quindi aggiungersi i fallimenti imprevisti. E ogni fallimento moltiplica per molte volte l’incubo dei licenziamenti. E non finisce qui, perché i fallimenti chiamano anche in causa la solidità delle banche che si sono esposte con i crediti verso le aziende in difficoltà, in una spirale esplosiva e disastrosa.

E’ il ghiaccio sottile su cui camminerà, nei prossimi mesi, in Italia e in Europa, la ripresa dell’economia. Ed è il motivo per cui i governi dell’eurozona, negli ultimi mesi, si erano spesi nel tentativo di completare l’unione bancaria, varando, in particolare, un’assicurazione comune sui depositi. Solo garantendo i depositi, infatti, si può mantenere viva una circolazione dei capitali, impedendo fughe improvvise, alimentando investimenti, fermando sul nascere catene rovinose di crisi bancarie. Un pilastro, insomma, della solidità del sistema finanziario che sarà cruciale nei prossimi mesi.

Il tentativo si è, però, ufficialmente esaurito questa settimana. L’Eurogruppo ha annunciato che le trattative sono sospese. Riprenderanno nell’autunno. In buona sostanza, dopo che le elezioni tedesche avranno chiarito chi siede nella stanza dei bottoni a Berlino. Anche se non è chiaro come un nuovo governo possa modificare sostanzialmente l’impasse che, dal 2015, tiene bloccato il varo di una assicurazione comune sui depositi, soprattutto da quando la pandemia, con la esplosione dei debiti, ha moltiplicate le resistenze tedesche ad un accordo.

E’ una questione che ci riguarda in prima persona, perché l’impasse è, da sempre, specificamente fra Germania e Italia. I tedeschi ritengono che l’assicurazione comune coinvolgerebbe i contribuenti tedeschi nell’eventuale – e non del tutto improbabile - salvataggio di banche italiane, travolte da una crisi del debito pubblico di Roma, che gonfia le casse di quelle banche. Per convincere i tedeschi ad accettare l’assicurazione comune, occorrerebbe ridurre drasticamente l’esposizione delle banche nazionali verso il debito del Tesoro.

Una “mission impossible”, risponde Roma, nel momento in cui lo stesso debito è esploso per via della pandemia. Solo nella prima metà del 2020, la massa di Bot e Btp nelle casse delle banche italiane è cresciuta del 10 per cento e, ormai, quasi il 19 per cento del debito pubblico è nelle mani delle banche.

Il punto di scontro è che, oggi, questo debito è, formalmente, a rischio zero, quindi non richiede difese particolari, anche se, da solo, vale due volte il capitale delle banche italiane. Ma, attribuirgli una percentuale di rischio (ad esempio per la quota che eccede il 30 per cento del capitale, come proposto in uno studio della Deutsche Bank) significa chiamare le banche italiane a rastrellare qualche miliardo di euro di capitale fresco, ovvero la materia prima che più manca al nostro sistema finanziario. Dovremo camminare sul ghiaccio sottile senza nessuna imbracatura di sicurezza.