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Prezzi alle stelle ma niente panico a Francoforte: ecco perché l'inflazione oggi non fa paura

(afp)
Per la maggior parte degli economisti la fiammata degli ultimi mesi è solo transitoria. Ma sullo sfondo si delinea un fenomeno più profondo. Società più vecchie e più diseguali spingono il denaro meno verso i consumi e più verso i risparmi. E l'incubo dei rincari si prepara a diventare un lontano ricordo
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Una frusciante banconota verde, su cui campeggiano il ritratto di Christine Lagarde e la scritta “1000 euro”, dieci volte di più della banconota più pesante attualmente in circolazione nell'eurozona. Non è (ancora) la prima pagina della Bild, ma pur sempre quella di una newsletter influente in Germania. Siamo di fronte al lento montare di una isteria antinflazionistica, storicamente facile da accendere fra il Reno e l'Elba? Presto per dirlo, ma, di sicuro, è partita la campagna per influenzare la riunione della Bce di giovedì prossimo e spingere la politica monetaria europea a stringere i cordoni della borsa e accelerare il momento in cui, per frenare i prezzi, si dovranno alzare i tassi di interesse.

Ad agosto, in Europa, i prezzi sono saliti del 3 per cento, rispetto ad un anno prima. In Italia, i prezzi sono saliti del 2,1 per cento. La bolletta del gas sale del 15,3 per cento, quella della luce del 9,9, la benzina del 18. Ine…

Una frusciante banconota verde, su cui campeggiano il ritratto di Christine Lagarde e la scritta “1000 euro”, dieci volte di più della banconota più pesante attualmente in circolazione nell'eurozona. Non è (ancora) la prima pagina della Bild, ma pur sempre quella di una newsletter influente in Germania. Siamo di fronte al lento montare di una isteria antinflazionistica, storicamente facile da accendere fra il Reno e l'Elba? Presto per dirlo, ma, di sicuro, è partita la campagna per influenzare la riunione della Bce di giovedì prossimo e spingere la politica monetaria europea a stringere i cordoni della borsa e accelerare il momento in cui, per frenare i prezzi, si dovranno alzare i tassi di interesse.

Ad agosto, in Europa, i prezzi sono saliti del 3 per cento, rispetto ad un anno prima. In Italia, i prezzi sono saliti del 2,1 per cento. La bolletta del gas sale del 15,3 per cento, quella della luce del 9,9, la benzina del 18. Inevitabile se, nel mondo, il petrolio sale del 57 per cento, il grano e l'alluminio del 31, la soia del 47 e il caffè del 49 per cento. Insomma, un'onda spaventosamente alta. Perché allora, fra governi e banche centrali, nessuno sembra preoccuparsene quanto gli estensori delle newsletter tedesche? Per due motivi contingenti, che indicano un fuoco di paglia e un terzo motivo, di fondo, che segnala la mancanza di combustibile per un ritorno dell'inflazione.

Anzitutto, i limiti della statistica. Se fate il confronto con il 2020, quando tutto era fermo, l'aritmetica vi esplode fra le mani. La benzina, ad esempio costava 1,594 euro al litro nel luglio 2019, 1,413 euro nel 2020, 1,650 euro adesso. Fate il confronto con il 2019 e l'aumento risulta molto più contenuto, 6 centesimi invece di 24. E anche quei 6 centesimi difficilmente evitabili, dopo il caos della pandemia. I lockdown, la paralisi del 2020 hanno infatti spinto le aziende – dai fornitori di materie prime all'industria manifatturiera – a congelare l'attività e a smaltire, invece, le scorte, in attesa di capire come andava a finire.

Quando i lockdown sono finiti e la domanda è ripartita, le aziende non sono riuscite a tenerle dietro. Anche perché, nel frattempo, erano saltate tutte le catene della logistica, studiate con tanta cura, in nome del “just in time”. E sono schizzati anche quei prezzi: un container dalla Cina costa, oggi, dieci volte più di prima. Il Baltic Dry Index, il grande termometro del commercio marittimo è a 4 mila punti, mai così in alto da 11 anni.

Man mano che passano i mesi, il miraggio statistico si esaurirà, perché il confronto si farà con situazioni via via più normali e anche la logistica ritroverà il suo ritmo. Ecco perché gli economisti sono convinti che il riaccendersi dell'inflazione sia transitorio. Capital Economics stima che già a gennaio l'inflazione dell'eurozona sarà tornata al 2 per cento, per scendere all'1 per cento nel corso dell'anno. Perché questo è, nella nostra epoca, il livello normale: la Bce valuta che, nel quinquennio 2026-2031, l'inflazione europea si attesterà sull'1,7 per cento, più o meno il livello di questi anni.                                                                        

La scomparsa o meno dello spauracchio dell'inflazione, in realtà, è un dibattito che è tornato ad agitare gli economisti. La maggioranza pensa, però, che l'inflazione si sia spenta per l'invecchiamento delle società industriali. I vecchi, trovata casa e sistemati i figli, spendono meno e risparmiano di più. Dalla fine del secolo scorso, tutta questa massa di risparmi, che non trova impiego in una massa equivalente di investimenti, ha stabilmente schiacciato i tassi di interesse e, di qui, l'inflazione.

Ora, però, si aggiunge una nuova sfaccettatura: è per via dei ricchi. L'accusa viene da un posto improbabile, come il recentissimo meeting dei banchieri centrali a Jackson Hole. Molti vedono quel meeting come una sorta di cupola del capitalismo mondiale, ma è qui che è stato presentato uno studio in cui la fine dell'inflazione viene collegata al crescere delle ineguaglianze. In breve: più soldi vanno ai ricchi, più vengono parcheggiati nei risparmi, perché i ricchi consumano meno, contribuendo a creare l'eccesso di risparmi. Ovvero: siamo troppo vecchi e troppo ricchi per permetterci l'inflazione.