Clima, nella caccia al colpevole sulle emissioni il primo indiziato è Washington e non Pechino
di Maurizio Ricci , di Maurizio RicciCome nelle due occasioni precedenti, anche la grande assemblea Onu sul clima, a Glasgow, inizia in un clima di pessimismo. Nel 2009, a Copenhagen, in effetti, andò poi male: non tutti si convinsero che c'era una emergenza clima. Nel 2015, a Parigi si finì con un successo parziale, ma storico: quasi 200 paesi riconobbero, infine, quella emergenza e la necessità di intervenire. Ora, a questa Cop 26, devono dire per fare cosa. Sapremo fra due settimane se Glasgow va messa con Parigi o con Copenhagen. Quello che sappiamo da subito è che, più le cose si faranno difficili, più salirà la tentazione di rinfacciarsi le responsabilità per tutta quella CO2 che continua ad accumularsi dalla rivoluzione industriale in poi.
Dal 1850 ad oggi, infatti, sono 2.500 miliardi di tonnellate, ovvero (visto che un miliardo di tonnellate equivale ad una gigatonnellata) 2.500 gigatonnellate, tutte destinate a restare sospese nell'atmosfera per …
Come nelle due occasioni precedenti, anche la grande assemblea Onu sul clima, a Glasgow, inizia in un clima di pessimismo. Nel 2009, a Copenhagen, in effetti, andò poi male: non tutti si convinsero che c'era una emergenza clima. Nel 2015, a Parigi si finì con un successo parziale, ma storico: quasi 200 paesi riconobbero, infine, quella emergenza e la necessità di intervenire. Ora, a questa Cop 26, devono dire per fare cosa. Sapremo fra due settimane se Glasgow va messa con Parigi o con Copenhagen. Quello che sappiamo da subito è che, più le cose si faranno difficili, più salirà la tentazione di rinfacciarsi le responsabilità per tutta quella CO2 che continua ad accumularsi dalla rivoluzione industriale in poi.
Dal 1850 ad oggi, infatti, sono 2.500 miliardi di tonnellate, ovvero (visto che un miliardo di tonnellate equivale ad una gigatonnellata) 2.500 gigatonnellate, tutte destinate a restare sospese nell'atmosfera per secoli, dato che l'anidride carbonica si dissipa molto lentamente, perpetuando l'effetto serra. E' una cifra troppo grossa per essere comprensibile e, allora, diciamo che, ai ritmi attuali, ne accumuleremo altre 500 entro il 2030. E, a quel punto, arrivati a quota 3 mila, ci saremo bruciati ogni possibilità di restare mai più sotto quel tetto di un grado e mezzo in più (rispetto all'era preindustriale), che era stato indicato a Parigi e che impedirebbe di vedere sparire sott'acqua gli arcipelaghi del Pacifico e qualche grande metropoli costiera.
Chi è, dunque, responsabile e deve farsi, più degli altri, carico di fermare la catastrofe? La prima graduatoria che viene in mente è chi emette, oggi, più CO2. È in testa la Cina con quasi 12 gigatonnellate l'anno nel 2020. Gli Usa sono secondi, con circa la metà. Poi, vengono India (3,3), Russia (2,7), Indonesia (1,7). Ma è il criterio giusto? O è più importante stabilire chi ha aumentato di più le sue emissioni (di gran lunga in testa l'Indonesia, con il 16 per cento l'anno scorso, contro il 2-4 per cento degli altri)? O, ancora, non sarebbe più logico considerare le emissioni in rapporto alla popolazione? In fondo, la responsabilità dell'effetto serra è anche personale. Chi, dunque, emette più CO2 pro capite sono gli americani: 15 tonnellate a testa in un solo anno. Un cinese non arriva alla metà, 7 tonnellate, scavalcato anche dai russi. E indiani e indonesiani arrivano appena a 2 tonnellate pro capite.
Insomma, se il punto è la caccia al colpevole, il criterio di chi sta emettendo in assoluto più CO2 rischia di essere semplicistico. Ecco perché, visto che un bel po' dell'anidride carbonica nell'atmosfera è lì da un paio di secoli, ci si esercita a capire anche chi ne ha accumulata storicamente di più. Il conto l'ha fatto un think-tank ambientalista, Carbon Brief, e la risposta è ancora gli Stati Uniti. Un quinto di tutta la CO2 nell'aria l'hanno emessa in due secoli gli americani. Dopo il 20 per cento degli Usa, viene l'11 per cento della Cina, il 7 della Russia, il 5 del Brasile, il 4 dell'Indonesia, alla pari con Germania e Gran Bretagna (l'Italia è al diciannovesimo posto).
La classifica è un po' diversa dalle precedenti anche perché, per la prima volta, Carbon Brief ha considerato pure l'anidride carbonica derivante dall'agricoltura e, soprattutto, dalla deforestazione. La novità è interessante, perché fa vedere che, ad esempio, Francia e Germania hanno “riguadagnato punti” (assorbendo un po' della CO2 emessa in passato) con gli sforzi di riforestazione. Ma, complessivamente, da un secolo a questa parte, la gestione della terra incide poco sull'effetto serra. Il grosso viene, di gran lunga, dai combustibili fossili ed è abbastanza inutile guardare troppo lontano: il 40 per cento di tutta la CO2 nell'atmosfera ci è arrivata negli ultimi 40 anni, spinta da carbone e petrolio.
Le classifiche, d'altra parte, riempiranno i discorsi di Glasgow, ma non servono a fare politica. Chiunque (cioè gli americani) abbia caricato di CO2 il pianeta, il problema, ora, è chi ci mette la nuova (cioè la Cina). Il mondo ha due settimane per convincere Pechino ad emettere meno e gli altri paesi a ridurre le loro emissioni per fare spazio a quelle cui i cinesi non possono rinunciare.