La lotta al riscaldamento globale che il mondo combatte attraverso la "guerra fredda verde"
di Maurizio Ricci , di Maurizio RicciGli assicuratori sono menagramo per natura e professione. E, però, alzi la mano chi è sicuro che gli impegni e le promesse anti-effetto serra, messe insieme dai paesi di tutto il mondo fra le conferenze di Parigi e di Glasgow, saranno serenamente messe in atto, nei prossimi anni, garantendo il salvataggio del clima, in un contesto di universale collaborazione e cooperazione. I Lloyd's di Londra, insomma, sono su un terreno solido, quando, in un apposito studio, dichiarano che lo scenario più probabile dei prossimi anni non è questa “globalizzazione verde” tratteggiata nei documenti Onu.
Non lo è, peraltro, neanche lo scenario opposto: la totale anarchia, in cui ognuno fa per conto suo, paralizzando la lotta al riscaldamento globale. Invece, dicono gli esperti dei Lloyd's, l'agenda del futuro sarà dettata dalla geopolitica e la riconosciamo subito, senza grandi sforzi di immaginazione. E' la “guerra fredda ver…
Gli assicuratori sono menagramo per natura e professione. E, però, alzi la mano chi è sicuro che gli impegni e le promesse anti-effetto serra, messe insieme dai paesi di tutto il mondo fra le conferenze di Parigi e di Glasgow, saranno serenamente messe in atto, nei prossimi anni, garantendo il salvataggio del clima, in un contesto di universale collaborazione e cooperazione. I Lloyd's di Londra, insomma, sono su un terreno solido, quando, in un apposito studio, dichiarano che lo scenario più probabile dei prossimi anni non è questa “globalizzazione verde” tratteggiata nei documenti Onu.
Non lo è, peraltro, neanche lo scenario opposto: la totale anarchia, in cui ognuno fa per conto suo, paralizzando la lotta al riscaldamento globale. Invece, dicono gli esperti dei Lloyd's, l'agenda del futuro sarà dettata dalla geopolitica e la riconosciamo subito, senza grandi sforzi di immaginazione. E' la “guerra fredda verde”: due blocchi di paesi, ambedue impegnati nella riduzione delle emissioni, ma ognuno con i propri parametri e le proprie scadenze, in competizione e contrapposizione l'uno con l'altro. Non è la fine della lotta mondiale contro il riscaldamento globale. Ma è più lenta, più inefficiente, meno sicura.
Basta, in effetti, mettere in fila il rumore dei tank in Ucraina, le ombre su Taiwan, la frattura fra l'Internet d'Occidente e quello cinese, la spinta generale alla deglobalizzazione e alla frammentazione che la pandemia ha accelerato per concludere che la dinamica della geopolitica mondiale è già in questa direzione. La “guerra fredda verde” non è che un modo in più per declinare lo scontro di interessi e di ambizioni che, già ora, contrappone gruppi di paesi, molto diversi per come interpretano sia la democrazia, sia il mercato, sia i tempi di abbandono di gas, petrolio e carbone.
Nel mondo in cui l'ecologia è diventata terreno di guerra fredda, dunque, secondo questa analisi, America ed Europa da una parte, Russia e Cina dall'altra interpretano la riduzione delle emissioni ognuno secondo le convenienze delle rispettive economie e competono per costruire attorno a sé alleanze con altri paesi che diano massa critica di mercato alle proprie aziende, fornendo risorse per l'innovazione, a caccia dell'autosufficienza tecnologica. Il terreno di confronto è una sorta di ripetizione della corsa agli armamenti della Guerra Fredda (quella vera), ma questa volta nel campo incruento delle tecnologie verdi. Gli investimenti nel cleantech diventano una priorità strategica perché l'obiettivo cruciale è dominare i mercati degli strumenti fondamentali del mondo delle rinnovabili: pannelli solari, turbine eoliche, auto elettriche, batterie al litio.
In teoria, questa competizione favorisce lo sviluppo, ma a rallentarlo provvedono le differenze, sempre più marcate, che si determinano nella scelta degli standard tecnici ed ambientali a cui si devono adeguare i prodotti e che rendono faticoso l'interscambio di prodotti, come di idee. Per farsi un'idea di questa guerra incruenta, chi non è più di età verdissima non farà fatica a ricordare, su scala più grande, la guerra delle videocassette fra Betamax e Vhs. Immaginate un gruppo di paesi che usa solo videocassette Betamax e un altro solo Vhs e, per vedere i film l'uno dell'altro, bisogna comprare due lettori. Fino a che la massa di mercato dell'uno non prevale sull'altro e anche il paese Betamax è costretto a passare al Vhs.
Standard e regolamentazioni possono cioè diventare strumenti di protezionismo e di conflitto commerciale. Sono anche alla base del principale meccanismo di frammentazione di questo mondo, dominato dalla guerra fredda verde: le border taxes, i dazi imposti alla frontiera sulle importazioni sulla base del loro contenuto in CO2, in modo da mettere sullo stesso piano produzione estera e interna. Ma se i parametri di misurazione di questa CO2 inclusa sono diversi, diventa impossibile confrontare i prodotti e le border taxes si trasformano in un protezionismo doganale, in cui i dazi sono pensati per favorire le proprie aziende.
In questo scenario disegnato dagli esperti dei Lloyd's c'è un'altra eco, anche più chiara, dei tempi della Guerra Fredda: la caccia alle risorse. Cobalto, rame, litio, le terre rare – lo scandio, l'europio, l'ittrio – sono i minerali delle nuove tecnologie. Come il petrolio una volta, senza di loro lo sviluppo economico e tecnologico è impensabile. Pochi paesi ce l'hanno in casa. Bisogna andarli a prendere dove stanno, al centro dell'Africa o dell'America latina. E' in questa corsa che la guerra fredda verde – se non riusciremo ad evitarla – raggiungerà, probabilmente, le temperature più alte.