Gli Usa firmano il primo accordo commerciale dell'era post-liberista in Asia. Senza la Cina
di Maurizio Ricci , di Maurizio RicciSe in Europa, con l'Ucraina, ha giocato di rimessa, in Asia la Casa Bianca è andata all'attacco. L'Ipef, l'Accordo economico per l'Indo Pacifico, segna il ritorno in grande stile degli Stati Uniti in quello che è oggi il centro dello sviluppo economico globale: l'Asia. L'accordo firmato da 12 paesi – dal Giappone all'Australia, dall'India all'Indonesia, alla Corea, al Vietnam – insieme agli Usa, per un totale che fa il 40 per cento dell'economia mondiale, è la prima grande iniziativa diplomatica della presidenza Biden ed è un tentativo evidente di contrastare l'egemonia cinese nell'area.
Tuttavia, l'Ipef troverà il suo posto nella storia per quello che non è. E' il primo grande accordo commerciale degli ultimi cinquant'anni in cui il commercio non c'è. Niente apertura dei mercati, abbattimento di barriere, taglio di dazi e tariffe. Tutto quello, cioè…
Se in Europa, con l'Ucraina, ha giocato di rimessa, in Asia la Casa Bianca è andata all'attacco. L'Ipef, l'Accordo economico per l'Indo Pacifico, segna il ritorno in grande stile degli Stati Uniti in quello che è oggi il centro dello sviluppo economico globale: l'Asia. L'accordo firmato da 12 paesi – dal Giappone all'Australia, dall'India all'Indonesia, alla Corea, al Vietnam – insieme agli Usa, per un totale che fa il 40 per cento dell'economia mondiale, è la prima grande iniziativa diplomatica della presidenza Biden ed è un tentativo evidente di contrastare l'egemonia cinese nell'area.
Tuttavia, l'Ipef troverà il suo posto nella storia per quello che non è. E' il primo grande accordo commerciale degli ultimi cinquant'anni in cui il commercio non c'è. Niente apertura dei mercati, abbattimento di barriere, taglio di dazi e tariffe. Tutto quello, cioè, che aveva alimentato e moltiplicato la corsa della globalizzazione. L'Ipef parla d'altro. In questo senso, è il primo accordo post-neoliberista. Un segnale in più che si sta chiudendo un'era.
La Trans Pacific Partnership messa in piedi da Obama, sette anni fa, era ben diversa. E, infatti, fu una delle prime cose silurate da Trump, al suo arrivo alla Casa Bianca. A suo modo, però, Trump ha dimostrato di saper interpretare i tempi. La politica commerciale (o non-commerciale) è un'eredità del suo predecessore che Biden sta toccando solo con grande cautela. Più o meno, la palizzata di dazi e tariffe eretta da Trump a protezione di alcuni settori dell'industria americana, è ancora in piedi. Del resto, elettoralmente, la retorica della globalizzazione è, in America, un sorta di “chi tocca i fili, muore”.
La liberalizzazione commerciale che ha accompagnato i decenni della globalizzazione ha, infatti, dato una spinta potente all'economia mondiale, compreso quella americana. E, per i consumatori, i bassi prezzi delle merci di importazione sono stati una bonanza, oltre che uno dei principali motivi di lunghi anni di bassa inflazione. Ma per specifiche aree e settori (spesso geograficamente ben circoscritti) colpiti dalla concorrenza internazionale è stata una falce letale, contro cui non è mai stata messa in piedi una rete di protezione e recupero dei redditi e dei posti di lavoro, scatenando rabbie e rancori che hanno deciso le due ultime elezioni presidenziali.
Biden sa che non troverebbe mai, in questi tempi, al Congresso una maggioranza disposta a sottoscrivere un'apertura dei mercati americani. Infatti, il termine magico di tutti gli accordi degli ultimi decenni, “market access”, la reciproca apertura doganale, nell'Ipef non compare mai. L'accordo si preoccupa piuttosto di rinsaldare quelle catene internazionali di fornitura, che sono la struttura portante del commercio mondiale e che la pandemia ha ingarbugliato e compromesso, spingendo i paesi a scovare alternative, in caso di nuovi imbottigliamenti. Poi, punta ad una più stretta collaborazione nel mondo digitale, contro la corruzione, contro l'effetto serra.
Forse è questo – la lubrificazione della logistica, il contenimento delle emissioni di anidride carbonica, il rispetto delle regole, la tutela e lo sviluppo della Rete digitale – il nuovo asse della globalizzazione, dopo la lunga abbuffata di sdoganamenti e liberalizzazioni. Oppure, oggi a Washington non si può fare di più, a costo di deludere i partner di Biden che, dal Giappone alla Corea al Vietnam, non hanno fatto mancare brontolii per l'assenza di market access e di dazi di favore. Al di là della carica politica e propagandistica dell'accordo, infatti, i contorni restano vaghi.
Ed è legittimo chiedersi se uno schema di cooperazione e collaborazione sulla logistica delle catene di fornitura abbia materiale sufficiente, una volta che escluda – come era inevitabile – i nodi dell'industria mondiale che sono in Cina. Ma, proprio per non urtare Pechino, anche Taiwan, ovvero il gigante dell'elettronica mondiale.