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L'ombra dei falchi tedeschi dietro al pessimismo della Bce sull'inflazione

(afp)
Nelle previsioni di Francoforte si stimano livelli ancora molto alti di crescita dei prezzi anche nel prossimo anno, malgrado gli osservatori tratteggino un ridimensionamento dei prezzi dell'energia. I numeri però arrivano dalle banche centrali nazionali, Bundesbank in testa. Così, agitando lo spettro inflattivo, la politica monetaria resta iper restrittiva
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Doveva essere una rincorsa al tasso d’interesse neutrale, quella sfuggente definizione statistica di un tasso  che non accelera e non rallenta l’inflazione e che i più collocano intorno al 2 per cento. Ma il tasso di riferimento della Bce ci è arrivato e già Christine Lagarde si impegna ad andare ancora più in su. Questa volta, però, si avvertono distintamente brontolii intorno al board di Francoforte. Più che sulla specifica decisione di questa settimana, sullo scenario che sorregge la strategia enunciata da Cristine Lagarde. In due parole, troppo pessimista e non si capisce perché.


A guidare la carica è Vitor Costancio, che la Bce la conosce bene, visto che ne è stato vicepresidente ai tempi di Draghi. A venir contestate sono le previsioni di inflazione. Per quest’anno la media si collocherrebbe all’8,4 per cento, nel 2023 al 6,3 per cento. Attenzione, però: a dicembre 2023 dovrebbe …

Doveva essere una rincorsa al tasso d’interesse neutrale, quella sfuggente definizione statistica di un tasso  che non accelera e non rallenta l’inflazione e che i più collocano intorno al 2 per cento. Ma il tasso di riferimento della Bce ci è arrivato e già Christine Lagarde si impegna ad andare ancora più in su. Questa volta, però, si avvertono distintamente brontolii intorno al board di Francoforte. Più che sulla specifica decisione di questa settimana, sullo scenario che sorregge la strategia enunciata da Cristine Lagarde. In due parole, troppo pessimista e non si capisce perché.


A guidare la carica è Vitor Costancio, che la Bce la conosce bene, visto che ne è stato vicepresidente ai tempi di Draghi. A venir contestate sono le previsioni di inflazione. Per quest’anno la media si collocherrebbe all’8,4 per cento, nel 2023 al 6,3 per cento. Attenzione, però: a dicembre 2023 dovrebbe scendere al 3,6 per cento, ma poi rimanere al 3,4 per cento nella media del 2024, oltre un punto in più rispetto alle previsioni fatte nello scorso settembre e assai lontano dall’obiettivo del 2 per cento. Strano, dicono i critici, visto  che metà dell’inflazione europea è dovuta all’energia e le stesse proiezioni indicano un brusco ridimensionamento dei prezzi dell’energia. Il petrolio da 104,6 dollari a barile a 86,4 nel 2023 e a 79,7 nel 2024. Il gas da 123/124 euro a MWh quest’anno e il prossimo e poi 98 euro nel 2024 e 69 nel 2025. E allora? La risposta è che le proiezioni danno per scontata una vigorosa rincorsa salariale. Peraltro, insufficiente a recuperare l’inflazione e dunque con un calo dei salari reali, cioè dei costi delle aziende e, dunque, in linea di principio, dei loro prezzi. Ma la crescita (che le stesse proiezioni definiscono “robusta”) dei salari nominali sarebbe del 4,5 per cento nel 2022, del 5,2 per cento l’anno prossimo e ancora del 4,5 per cento nel 2024. Eppure è lo stesso monitoraggio dei salari che compie la Bce a registrare una crescita dei salari nominali intorno al 3 per cento, finora. E il contratto-guida in Europa, quello dei metalmeccanici tedeschi, si è appena chiuso con aumenti limitati al 5 per cento nel 2023 e al 3 per cento nel 2024.


Come mai, invece, le proiezioni della Bce vedono così nero? Forse la risposta è in un piccolo giallo, che si sarebbe consumato nelle stanze dei vari uffici studi e su cui gli addetti ai lavori tornano volentieri. Il punto è che le proiezioni macroeconomiche della Bce vengono preparate insieme dagli uffici di Francoforte e da quelli delle varie banche nazionali. A marzo e a settembre, però, il coordinamento spetta a Francoforte. A giugno e, appunto, a dicembre, le fila le tirano le banche nazionali, fra le quali - dicono i maligni - la Bundesbank ha la voce più grossa di tutti.


Il sospetto, insomma, è  che le proiezioni siano state “massaggiate” per sostenere le ragioni dei “falchi” (di cui il governatore della Bundesbank è il capofila) i quali, più ancora che all’entità del singolo aumento dei tassi di interesse, puntano a consolidare un percorso di rigorosa stretta monetaria, anche se questa può indebolire più del necessario una economia europea già fragile. Recessione? Quasi nessuno, in questo momento, prevede una crisi severa nell’economia europea. Ma è sintomatico che le proiezioni Bce, così pessimiste sull’inflazione siano invece le più ottimiste sull’andamento dell’economia, anche qui un po’ controcorrente. L’anno prossimo la recessione si fermerebbe in Europa ad un contenuto meno 0,1 per cento. Una indicazione perfettamente coerente con la conclusione che l’economia non è destinata a rallentare abbastanza da domare l’inflazione.