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La lezione del 2022: dalla Cina alla Russia, i regimi autoritari si sono rivelati più fragili delle previsioni

I politologi negli ultimi anni avevano indicato nei Paesi con forme di governo non democratiche le realtà più solide e a prova di crisi. Ma da Pechino a Mosca, passando per Teheran e Ankara, i fatti sembrano dimostrare il contrario
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La democrazia - come sappiamo da Churchill in poi - è il peggior sistema politico possibile, tranne tutti gli altri. Il mondo intero sembrava convenire con Churchill, quando, dopo la caduta del Muro nel 1989, Francis Fukuyama celebrava la fine della Storia e l’affermazione globale della democrazia capitalista.

Troppa fretta, si è visto, come capita spesso con i politologi.  Negli ultimi anni, infatti, proprio i politologi hanno, invece, segnalato l’ascesa e l’affermazione di regimi genuinamente autoritari, apparentemente solidi, sicuri di sé, pronti a proiettare intorno la loro forza e potenza.

Il 2022 si è incaricato, tuttavia,  di smentire, una volta di più, gli stessi politologi, rivelando la fragilità di quei regimi, strutturalmente troppo spesso incapaci di sfuggire alla deriva dei loro errori. Il caso più importante - perché è la maggiore potenza - è la Cina di Xi Jinping. Il clam…

La democrazia - come sappiamo da Churchill in poi - è il peggior sistema politico possibile, tranne tutti gli altri. Il mondo intero sembrava convenire con Churchill, quando, dopo la caduta del Muro nel 1989, Francis Fukuyama celebrava la fine della Storia e l’affermazione globale della democrazia capitalista.

Troppa fretta, si è visto, come capita spesso con i politologi.  Negli ultimi anni, infatti, proprio i politologi hanno, invece, segnalato l’ascesa e l’affermazione di regimi genuinamente autoritari, apparentemente solidi, sicuri di sé, pronti a proiettare intorno la loro forza e potenza.

Il 2022 si è incaricato, tuttavia,  di smentire, una volta di più, gli stessi politologi, rivelando la fragilità di quei regimi, strutturalmente troppo spesso incapaci di sfuggire alla deriva dei loro errori. Il caso più importante - perché è la maggiore potenza - è la Cina di Xi Jinping. Il clamoroso ingorgo della gestione del Covid, dove Xi è passato da una quarantena da campo di concentramento ad un caotico liberi tutti, con inevitabile esplosione incontrollata dei contagi non conta come esempio di goffaggine burocratica.

La Cina alla prova Covid

E’ importante, soprattutto, come prova di incapacità e di inefficienza. E questo,  come spiega chi conosce la Cina comunista, è devastante perché capacità ed efficienza sono, fondamentalmente, le uniche carte con cui il partito giustifica il suo potere. Per questo, Xi ha fatto il possibile per nascondere l’emergenza Covid e per questo continua a rifiutare i vaccini occidentali che dimostrerebbero l’inferiorità cinese. Ma, qui, perdere la faccia non è solo questione di orgoglio nazionale: sul caos Covid il regime cinese sta giocando la sua legittimità.

In modo molto più drammatico, l’avventura ucraina di Putin ripercorre un copione simile. Il dittatore del Cremlino le ha sbagliate, finora, tutte, portando il paese sulla soglia di una sconfitta militare sul campo. Nel frattempo, ha distrutto il modello economico su cui la Russia ha fondato la sua economia, ha compromesso, a lungo termine, le sue prospettive di sviluppo, ha sacrificato ad un sogno neoimperiale le vite di decine di migliaia di cittadini, e si è infilato sempre più a fondo in un tunnel diplomatico, da cui è difficile vedere come possa uscire, se non smantellando il castello di promesse a proposito di territori conquistati e nemici annientati.

L’Iran degli ayatollah paga, con mesi di sanguinose proteste popolari e la perdita di contatto con la parte più giovane del paese, l’errore di aver trasformato in un totem politico un capo di vestiario, come lo chador, con il risultato che ogni eventuale marcia indietro sul velo delle donne rischierebbe di far franare un intero codice culturale e mettere in discussione la stessa natura religiosa del regime. Ma intestardirsi sul divieto al capo scoperto, anche se si riuscisse a spegnere la protesta di strada, significa esporre probabilmente il regime degli ayatollah ad una mobilitazione popolare, strisciante, ma permanente.

L'inflazione turca all'80%

Infine, per fortuna in modo incruento, Erdogan, nella rincorsa ad un consenso popolare che le difficoltà economiche gli negano, continua ad applicare - in una girandola di nuovi ministri e nuovi governatori della banca centrale - una politica economica espansiva  che ha già portato la Turchia ad una inflazione all’80 per cento e sull’orlo di una implosione finanziaria.

Certo, anche le democrazie occidentali hanno avuto, in questi anni, i loro problemi: i conati di sovversione trumpiana o la crisi finanziaria autoprodotta, questa estate, da un farneticante governo Truss. Ma dov’è la differenza? Sia negli Usa che in Gran Bretagna, i meccanismi della democrazia hanno consentito, sia pure faticosamente, di tamponare l’insurrezione di Trump e di mettere fine, a tempo record, all’esperimento dell’estrema destra tory.

Quei delicati e, a volte, arrugginiti, ingranaggi di pesi e contrappesi giuridici e istituzionali che rallentano le democrazia, ma ne costituiscono anche il sale, hanno offerto vie d’uscita alle crisi. E’ proprio l’assenza di quei pesi e contrappesi che rende, invece, la deriva dei regimi autoritari spesso inarrestabile e devastante. Churchill sapeva quel che diceva.