La Bce alza il muro dei tassi per paura della corsa dei salari: ma non ci sono tsunami in arrivo
di Maurizio Ricci , di Maurizio RicciPoche storie, dice la Bce: i tassi di interesse devono aumentare in modo sostenuto e duraturo, perché l'inflazione andrà peggio di quanto prevedevamo ancora a settembre. Vero, i prezzi di petrolio e gas scendono, l'economia rallenta, le strozzature alle supply chain si stanno risolvendo, ma tutto questo sarà più che compensato da tassi di crescita salariale ben superiori alle medie storiche. L'ultimo Bollettino della Bce, insomma, non lascia scampo a chi pensa che non sia necessaria una stretta monetaria così severa e prolungata: guardate i salari, dicono gli arcigni analisti della Bce.
Solo che uno guarda i salari e non vede l'Armageddon in arrivo in Europa. A naso, da giornalista, gli aumenti contrattuali ottenuti dai potenti metalmeccanici tedeschi (più o meno il 3 per cento l'anno) non sembrano in grado di spaventare nessuno. Anche i dati degli economisti, però, fanno pensare a recuperi del potere d'ac…
Poche storie, dice la Bce: i tassi di interesse devono aumentare in modo sostenuto e duraturo, perché l'inflazione andrà peggio di quanto prevedevamo ancora a settembre. Vero, i prezzi di petrolio e gas scendono, l'economia rallenta, le strozzature alle supply chain si stanno risolvendo, ma tutto questo sarà più che compensato da tassi di crescita salariale ben superiori alle medie storiche. L'ultimo Bollettino della Bce, insomma, non lascia scampo a chi pensa che non sia necessaria una stretta monetaria così severa e prolungata: guardate i salari, dicono gli arcigni analisti della Bce.
Solo che uno guarda i salari e non vede l'Armageddon in arrivo in Europa. A naso, da giornalista, gli aumenti contrattuali ottenuti dai potenti metalmeccanici tedeschi (più o meno il 3 per cento l'anno) non sembrano in grado di spaventare nessuno. Anche i dati degli economisti, però, fanno pensare a recuperi del potere d'acquisto che l'economia potrebbe assorbire senza tanti scossoni. Quali dati? Quali economisti? Ma gli stessi arcigni analisti della Bce, perbacco, nello stesso Bollettino, solo in un articolo in fondo, titolato "Andamenti salariali e relative determinanti dall'inizio della pandemia".
Se ne ricava che, per il momento, non è successo niente: la dinamica salariale è nella media di lungo periodo disegnata prima della pandemia. Ovvero più 2,1 per cento (e, in Italia, assai peggio, circa l'1 per cento). Il problema è che, allo stesso tempo, i salari reali, ovvero al netto dell'inflazione, sono scesi del 6 per cento, con una drastica riduzione del potere d'acquisto dei lavoratori. E, annuncia l'articolo, scenderanno ancora.
Ora, neanche a Francoforte pensano che questa perdita di potere d'acquisto possa diventare permanente (ne risentirebbe anche la futura ripresa). La questione è se gli aumenti dei salari che verranno richiesti per recuperare il potere d'acquisto si tradurranno in aumenti dei prezzi da parte delle imprese o se le stesse imprese possono assorbirli, senza scaricarli sui prezzi e sull'inflazione. In fondo, quella stessa riduzione dei salari reali non è stata finora anche una riduzione dei loro costi?
Non proprio, dipende, spiega l'articolo. La busta paga va scontata con il costo della vita per il dipendente, ma per l'impresa con il suo valore aggiunto, cioè con quello che ha prodotto. C'è differenza. Dalla fine del 2019, i redditi reali per occupato (considerati anche i periodi di cassa integrazione), in Europa, si sono ridotti del 3,8 per cento dal punto di vista del lavoratore, molto meno (0,5 per cento) in media per le imprese. Ma guardiamo più da vicino. Nell'industria, il salario reale (incasso per l'uno, costo per l'altra) è sceso del 4,5 per cento da tutt'e due le parti: nelle costruzioni del 3,8 per cento nella busta paga, del 5 per cento per l'impresa: nel commercio, turismo, sanità ecc. meno 3,7 per cento per il lavoratore, meno 2 per l'azienda. Solo nel settore dei servizi con scarsi contatti con il pubblico (assicurazioni, banche, finanza, informatica, consulenze) ad una riduzione del salario reale (meno 2,2 per cento) per il lavoratore corrisponde un aggravio del salario reale, in termini di costo, per l'impresa.
In altre parole, nell'industria, nell'edilizia, nel commercio e nel turismo, ovvero nei settori a più alta densità di occupazione, le imprese potrebbero far fronte agli aumenti salariali, attingendo anche ai risparmi accumulati in questi anni sul fronte del costo della manodopera, senza necessariamente scaricare tutto sui prezzi. Questo non vale solo per comparti come finanza e consulenze, che, però, hanno un peso relativo in termini di occupazione. Inoltre, dicono sempre gli analisti della Bce, quei settori offrono i loro servizi soprattutto alle imprese e, dunque, i loro eventuali aumenti dei prezzi finiranno per incidere sugli indicatori di inflazione solo in modo "parziale e differito". Davvero. l'apocalisse salariale?