Game over: Putin ha perso la guerra del gas con l'Europa. Ma le insidie non sono finite
di Maurizio Ricci , di Maurizio RicciVittoria. No, non nelle trincee insanguinate dell’Ucraina, ma nel conflitto - incruento, ma di asprezza inedita - che ha visto di fronte, negli ultimi dodici mesi, Russia e Unione europea. Nessuno ha sparato, ma non sono mancati assalti e imboscate, come il taglio a tradimento delle forniture, sabotaggi come quello del Nord Stream, eroici trinceramenti come la riduzione dei consumi, fuochi di sbarramento, come l’embargo. In due parole: la guerra del gas. E l’Europa, certifica la responsabile per l’Energia della Commissione Ue, Kadri Simson, l’ha vinta. Finiremo l’inverno con i depositi di metano pieni più del 50 per cento, ovvero con più di 50 miliardi di metri cubi di riserve. L’altro inverno eravamo rimasti con soli 20 miliardi. Un ottimo viatico per il prossimo, l’inverno 2024: dovremo trovare solo 50 e non 80 miliardi di metri cubi per garantirci gli stoccaggi, anche se il rientro della Cina dal lockdown aumenter&…
Vittoria. No, non nelle trincee insanguinate dell’Ucraina, ma nel conflitto - incruento, ma di asprezza inedita - che ha visto di fronte, negli ultimi dodici mesi, Russia e Unione europea. Nessuno ha sparato, ma non sono mancati assalti e imboscate, come il taglio a tradimento delle forniture, sabotaggi come quello del Nord Stream, eroici trinceramenti come la riduzione dei consumi, fuochi di sbarramento, come l’embargo. In due parole: la guerra del gas. E l’Europa, certifica la responsabile per l’Energia della Commissione Ue, Kadri Simson, l’ha vinta. Finiremo l’inverno con i depositi di metano pieni più del 50 per cento, ovvero con più di 50 miliardi di metri cubi di riserve. L’altro inverno eravamo rimasti con soli 20 miliardi. Un ottimo viatico per il prossimo, l’inverno 2024: dovremo trovare solo 50 e non 80 miliardi di metri cubi per garantirci gli stoccaggi, anche se il rientro della Cina dal lockdown aumenterà la concorrenza sui mercati.
Il merito è, in larga misura, della riduzione dei consumi europei. Bruxelles si era raccomandata di diminuirli almeno del 15 per cento fra agosto e dicembre. Sono scesi del 20 per cento. Ma non solo per via di un inverno assai mite. L’industria - per cui le temperature non contano - ha visto i suoi prezzi dell’energia aumentare di oltre il 93 per cento, ma, nel suo complesso, la produzione industriale è comunque cresciuta del 2,3 per cento, grazie anche agli sforzi per processi più efficienti che hanno consentito di risparmiare metano.
La guerra, anche questa guerra economica, in realtà non è finita, ma lo scavallamento dell’inverno segna una svolta e, adesso, a contare le sue perdite è Putin. Per buona parte del 2022, il taglio delle forniture ha gonfiato i prezzi, consentendo a Mosca incassi record anche vendendo meno. Il gioco non funziona più: quest’anno, gli introiti dalla vendita di gas e petrolio scenderanno dai 330 miliardi di dollari del 2022 a 180 - 200 miliardi, visto che Cina e India non bastano a colmare la perdita dei clienti europei. Più o meno i soldi che la Russia incassava nel 2019. Ma, adesso, c’è la guerra e la guerra costa. Il bilancio pubblico (per metà finanziato dagli idrocarburi) è in rosso del 2 per cento del Pil per il 2022, che potrebbe diventare l’8 per cento quest’anno. Putin è di fronte alla sgradevole prospettiva di dover alzare le tasse per finanziare l’invasione dell’Ucraina.
La guerra del gas è stata, però, un pedaggio pesante anche per l’Europa. Secondo i calcoli di un think-tank - Bruegel - per schermare famiglie e imprese dal boom delle bollette, i paesi della Ue hanno messo in campo 680 miliardi di euro, quasi quanto l’impegno per il piano comunitario da 750 miliardi post-pandemia. Il Ngeu, però, è stato finanziato tutti insieme, mentre i vari salvabollette sono andati a carico dei bilanci nazionali. L’impegno più vistoso (270 miliardi di euro) se l’è caricato il governo tedesco, mentre Francia e Italia hanno messo in campo, ognuna, poco meno di 150 miliardi di euro. E, adesso, c’è da gestire gli strascichi di questi interventi di emergenza.
Ammesso che si possa, ormai, parlare davvero di un dopo-guerra del gas, infatti, l’Europa deve ancora schivare un’insidia. La si avverte nei sordi brontolii che vengono dalla Bce. Francoforte ha fatto più volte notare, a mezza bocca, che i sussidi dei governi hanno supportato la domanda, impedendo ai rialzi dei tassi di interesse varati dalla Bce di rallentare l’economia (e l’inflazione) quanto avrebbe voluto la banca centrale. Soprattutto, avverte l’ultimo Bollettino della Bce, c’è il rischio di un colpo di coda dei sussidi. Fermando l’aumento delle bollette, gli aiuti a famiglie e imprese hanno anche frenato gli indici dei prezzi, ma, man mano che verranno abrogati, l’aumento di spesa delle famiglie rinfocolerà l’inflazione. In altre parole, ci sarebbe un potenziale inflazionistico non ancora espresso che spinge i falchi della Bce ad insistere per ulteriori bruschi aumenti dei tassi.