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Il rischio testa-coda dell'energia: aspettando il boom delle rinnovabili i combustibili fossili potrebbero non bastare

(reuters)
Secondo gli economisti della Columbia University gli investimenti in energie pulite vanno ad un passo troppo lento per rimpiazzare gas e petrolio. Ma Big Oil, fiutato il declino in arrivo, non investe più quanto dovrebbe, preferendo distribuire ricchi dividendi. E l'unica soluzione potrebbe essere fare ricorso a chi gode di riserve abbondanti, pagando un alto prezzo economico e geopolitico
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Per gli scettici di ieri, un dato incontestabile: la marcia delle energie alternative è tumultuosa e inarrestabile. Nel 2022, vento e sole sono state, per la prima volta, la principale fonte di energia d’Europa, il 20 per cento del totale, più del gas o del nucleare. Nel 2025, saranno, nel mondo, la risposta a quasi tutta la domanda aggiuntiva di energia. Evviva, perché, per arrivare a emissioni zero nel 2050, dobbiamo ridurre la domanda di petrolio del 75 per cento, di gas del 55 per cento, di carbone del 90 per cento.

Attenti, però, a non farsi trascinare dall’entusiasmo. Gli scettici di oggi sottolineano un dato inquietante. Rischiamo un testa-coda: troppo pochi combustibili fossili, quando non ci sono ancora abbastanza rinnovabili. Il problema sono gli investimenti e, secondo uno studio della Columbia University, nè quelli in rinnovabili, nè quelli in gas e petrolio vanno nella direzione giusta.

Per gli scettici di ieri, un dato incontestabile: la marcia delle energie alternative è tumultuosa e inarrestabile. Nel 2022, vento e sole sono state, per la prima volta, la principale fonte di energia d’Europa, il 20 per cento del totale, più del gas o del nucleare. Nel 2025, saranno, nel mondo, la risposta a quasi tutta la domanda aggiuntiva di energia. Evviva, perché, per arrivare a emissioni zero nel 2050, dobbiamo ridurre la domanda di petrolio del 75 per cento, di gas del 55 per cento, di carbone del 90 per cento.

Attenti, però, a non farsi trascinare dall’entusiasmo. Gli scettici di oggi sottolineano un dato inquietante. Rischiamo un testa-coda: troppo pochi combustibili fossili, quando non ci sono ancora abbastanza rinnovabili. Il problema sono gli investimenti e, secondo uno studio della Columbia University, nè quelli in rinnovabili, nè quelli in gas e petrolio vanno nella direzione giusta.


Gli investimenti in rinnovabili sono, oggi, una volta e mezza quelli in combustibili fossili. Ma, per stare nella traiettoria di emissioni zero nel 2050, non basta, e di gran lunga. Dovrebbero essere non una volta e mezza, ma nove volte gli investimenti in fossili, perché, già nel 2030 le energie alternative arrivino almeno al 60 per cento della produzione di elettricità, il doppio di oggi. Il risultato di questo ritardo è un inevitabile squilibrio fra domanda e offerta, che farà schizzare verso l’alto il prezzo di gas e petrolio. La crisi renderà più acuto il bisogno di rinnovabili, ma, nell’immediato, ovvero negli anni a noi più vicini, significa una drammatica carenza di energia.

Per chiudere il buco e assicurare una transizione ordinata, secondo gli economisti della Columbia, l’industria petrolifera dovrebbe investire almeno 4-500 miliardi di dollari l’anno per compensare il naturale esaurimento dei pozzi in attività. Ma voi lo fareste, se foste Big Oil o i cowboys dello shale, quando tutti i governi dicono che i combustibili fossili sono un relitto del passato? E, infatti, nè Big Oil nè i cavalieri dello shale lo fanno. Nel 2022 hanno realizzato profitti record e cosa ne han fatto? Distribuito dividendi per 170 miliardi di dollari, quando di solito non sono più di 100 miliardi. Ridotto i debiti di 100 miliardi e ricomprato le loro azioni per 140 miliardi di dollari, contro la media storica di 35. Se avessero utilizzato tutti i soldi in cui nuotavano nel dopo Covid per lavorarci, invece di distribuirli, avrebbero reinvestito 580 miliardi di dollari. Invece, sono stati solo 310, quasi la metà.


Il paradosso è che questi investimenti sono troppi (considerata la vita media dei pozzi) per rendere credibile l’obiettivo emissioni zero nel 2050, ma troppo pochi per evitare una crisi dell’energia, con il barile alle stelle, da qui al 2030. Scontiamo così il ritardo con cui ci stiamo dotando di pannelli solari sul tetto e auto elettrica in garage. Ma, anche se a caro prezzo, non resteremo a piedi e al buio. A portare petrolio e gas sul mercato provvederanno, probabilmente con un esoso contagocce, quei paesi che petrolio e gas ne hanno ancora in abbondanza e sotto mano. Ovvero, arabi e russi. La geopolitica dell’energia è ancora punitiva, dal punto di vista dell’Occidente, come nei decenni scorsi. E le vicende della guerra in Ucraina mostrano che, quando i fornitori sono pochi e inaffidabili, l’insidia è dietro l’angolo.