Dietro l'onda lunga dell'inflazione la corsa senza freni dei profitti: così le imprese hanno sfruttato le crisi per ingrassare i propri bilanci
di Maurizio Ricci , di Maurizio RicciCi hanno marciato alla grande. La raffica di crisi – pandemia, inflazione, guerra - si è risolta per il grande capitale in una storica bonanza dei profitti. E, ipnotizzate dal terrore che l'inflazione innestasse un'ondata salariale e la spirale salari-prezzi, le banche centrali non si sono accorte, fino a ieri, che la ruota veniva girata dall'altra parte. I numeri li mette, nero su bianco, proprio un blog pubblicato in questi giorni dagli economisti della Bce, ma anche al vertice della banca centrale europea ne sono oggi sempre più consapevoli: “I profitti – ha detto nei giorni scorsi Isabel Schnabel, uno dei “cervelli” del board di Francoforte – hanno giocato un ruolo importante nella crescita dell'inflazione interna”. Importante è dire poco. Storicamente, calcolano alla Bce, fra il 1999 e il 2019, i profitti hanno generato un terzo dell'inflazione complessiva. Nel 2022, il doppio: sono stati responsab…
Ci hanno marciato alla grande. La raffica di crisi – pandemia, inflazione, guerra - si è risolta per il grande capitale in una storica bonanza dei profitti. E, ipnotizzate dal terrore che l'inflazione innestasse un'ondata salariale e la spirale salari-prezzi, le banche centrali non si sono accorte, fino a ieri, che la ruota veniva girata dall'altra parte. I numeri li mette, nero su bianco, proprio un blog pubblicato in questi giorni dagli economisti della Bce, ma anche al vertice della banca centrale europea ne sono oggi sempre più consapevoli: “I profitti – ha detto nei giorni scorsi Isabel Schnabel, uno dei “cervelli” del board di Francoforte – hanno giocato un ruolo importante nella crescita dell'inflazione interna”. Importante è dire poco. Storicamente, calcolano alla Bce, fra il 1999 e il 2019, i profitti hanno generato un terzo dell'inflazione complessiva. Nel 2022, il doppio: sono stati responsabili di ben due terzi dell'aumento dei prezzi.
A marzo, l'inflazione in Europa è scesa dall'8,5 al 6,9 per cento. Ma quella di fondo, al netto dei prezzi dell'energia e del cibo, è cresciuta a livelli record: dal 5,6 al 5,7 per cento. Mentre il crollo dei prezzi dell'energia, tutti dettati a livello mondiale, dunque, frenava l'inflazione complessiva, i meccanismi che alimentano, all'interno, i prezzi hanno continuato a gonfiare gli indici: il temuto segnale che gli operatori interni si sono imbarcati sul treno dell'inflazione. Ma quali operatori? I salari reali sono diminuiti del 5 per cento in questi mesi e gli aumenti nelle buste paga sono tuttora modesti. E le aziende, invece? Secondo una rilevazione della Reuters presso 106 grandi aziende, il loro margine operativo lordo, nell'ultimo anno, è cresciuto di oltre il 10 per cento, un quarto in più di quanto avvenisse prima della pandemia. Con pingui risultati: gli economisti della Bce calcolano che i margini – al netto delle tasse – per le maggiori aziende quotate in Borsa siano arrivati al 15 per cento del fatturato in Europa. E al 18 per cento negli Usa: il fenomeno è mondiale.
Detta in termini brutali dagli stessi economisti della Bce, le imprese hanno sfruttato la copertura delle crisi ripetute di questi anni – il lockdown, la strozzatura delle forniture globali, la crisi di gas, petrolio e grano, la guerra in Ucraina – per ingrassare i loro bilanci, ricaricando i prezzi, più di quanto giustificassero i loro maggiori costi. A navigare sull'inflazione sono state proprio le imprese più interessate dall'aumento dei costi delle materie prime, dell'energia ecc.: l'agroalimentare, le compagnie di luce e gas, l'edilizia, il manifatturiero e i servizi a diretto contatto con il pubblico (hotel, ristoranti, bar, negozi). In ognuno di questi settori, i profitti sono mediamente cresciuti da 2 a 5 volte di più dei salari.
Come è stato possibile per le imprese ricavarsi questa sorta di extramargine? E qui si apre un dibattito, dalla cui risposta dipendono politica economica e monetaria. Una ipotesi, infatti, è che la domanda dei consumatori – forse grazie ai risparmi accumulati durante i lockdown – sia rimasta sostenuta, nonostante i continui aumenti dei prezzi, consentendo alle imprese di continuare a vendere merci sempre più care. In questo caso, si giustifica la stretta monetaria, decisa da Francoforte per comprimere la domanda e, dunque, togliere benzina all'aumento dei prezzi. Ma una ipotesi alternativa è che, in mercati sempre meno concorrenziali e più concentrati (come mostrato da decine di studi in questi anni), le imprese possano manovrare i prezzi, perché i consumatori non hanno altro posto in cui andare. Quasi tutti i dati sui profitti che vedete sopra riguardano, in effetti, imprese con bilanci pubblici, perché di grandi dimensioni o, comunque, quotate. Un'analisi puntuale, compiuta negli Usa da due economisti dell'università di Massachussetts-Amherst, sposa con decisione l'ipotesi del potere di mercato delle maggiori aziende. È sbagliato – dicono - giudicare l'inflazione attuale con il metro di quella degli anni '70. Questa è una “sellers' inflation”, una inflazione del venditore, resa possibile dal dominio di poche aziende sui mercati. Se è così, la stretta monetaria acuisce il problema, spiazzando i concorrenti più piccoli e allargando lo spazio per grandi aziende, capaci di dribblare l'aumento dei tassi di interesse.